Migrazione

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19 Agosto 2021 | La giornata internazionale per l’aiuto umanitario, e un ricordo a Gino Strada

19 Agosto 2021 | La giornata internazionale per l’aiuto umanitario, e un ricordo a Gino Strada

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Di Letizia Pinoja

“Spero che si rafforzi la convinzione che le guerre, tutte le guerre sono un orrore. E che non ci si può voltare dall’altra parte, per non vedere le facce di quanti soffrono in silenzio.”

Gino Strada, “Pappagalli verdi: cronache di un chirurgo di guerra”, Feltrinelli, 1999

Quest’anno – in data il 19 agosto, in cui si celebrala giornata internazionale dedicata all’aiuto umanitario – le Nazioni Unite hanno deciso di commemorare le vittime delle crisi umanitarie causate dal cambiamento climatico.[1] Infatti, gli allarmi lanciati negli ultimi mesi da esperti scientifici e attivisti per il clima inducono a pensare che i conflitti armati generati dai cambiamenti climatici non faranno altro che aumentare. In questi giorni si sente spesso parlare dell’Afghanistan, paese al collasso. Spesso però si dimentica di menzionare che anche le conseguenze del cambiamento climatico hanno avuto un ruolo fondamentale in questa guerra: l’emergenza di lotte etniche per la scarsità delle risorse porrebbe fine ad ogni speranza di un futuro pacifico.[2]

Di questo rischio ne era ben cosciente Gino Strada, al quale dedichiamo un pensiero in questo giorno di commemorazione. Ed è proprio sull’Afghanistan che Strada si è espresso prima di lasciarci: “Ho vissuto in Afghanistan complessivamente 7 anni: ho visto aumentare il numero dei feriti e la violenza, mentre il Paese veniva progressivamente divorato dall’insicurezza e dalla corruzione. Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista.”[3] Non è però tutto un fallimento. Anzi, grazie alla sua dedizione e al suo coraggio, si stima che una persona su sei abbia ricevuto cure mediche nei vari centri ambulatoriali di Emergency, totalizzando più di 7 milioni di persone curate in 22 anni di presenza sul territorio.[4]

“Gli ospedali e lo staff di Emergency – pieni di feriti – continuano a lavorare in mezzo ai combattimenti, correndo anche dei rischi per la propria incolumità: non posso scrivere di Afghanistan senza pensare prima di tutto a loro e agli afghani che stanno soffrendo in questo momento, veri “eroi di guerra”: Testimoniava Gino Strada nel suo ultimo intervento al La Stampa qualche giorno fa.[5] Il suo animo buono l’ha sempre spinto a non arrendersi davanti ai pericoli pur di salvare vite umane perché, come disse lui un giorno: “Curare i feriti non è né generoso né misericordioso, è semplicemente giusto. Lo si deve fare.”

In questa giornata dedicata a tutti coloro che si battono e si sono battuti per alleviare le sofferenze delle crisi umanitarie, è allora giusto includere Gino, insieme a tutto lo staff di Emergency e al popolo afghano, a quelli che lui stesso ha definito “veri eroi di guerra”. 


Fotografia © https://www.emergency.it/gino-strada-chirurgo-fondatore-emergency/

[1] https://www.worldhumanitarianday.org/front

[2] https://berghof-foundation.org/news/climate-and-conflict-as-a-vicious-cycle-the-case-of-afghanistan

[3] https://www.lastampa.it/topnews/lettere-e-idee/2021/08/13/news/cosi-ho-visto-morire-kabul-1.40594569

[4] https://www.emergency.it/cosa-facciamo/afghanistan/

[5] https://www.lastampa.it/topnews/lettere-e-idee/2021/08/13/news/cosi-ho-visto-morire-kabul-1.40594569


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Vent’anni di guerra e un’amara conclusione

Vent’anni di guerra e un’amara conclusione

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Non c’è pace per la terra in cui i talebani hanno ‘rubato il tempo’

Pubblicato da Naufraghi di Lucia Greco

Kabul è caduta. Non sono stati sufficienti gli 83 miliardi di dollari investiti dagli Stati Uniti per formare un esercito locale: l’avanzata dei talebani è stata inarrestabile. Le forze di sicurezza afghane, equipaggiate e formate dagli alleati per anni, sono capitolate, in alcuni casi senza nemmeno opporre resistenza. Difficile giustificare un tale epilogo innanzi alle 3577 vittime della coalizione internazionale e alle oltre 70’000 tra i civili afghani dal 2001 ad oggi. Ne esce sconfitta la politica estera occidentale a guida statunitense e ne esce sconfitta la NATO che ancora faticava a riprendersi dall’accusa di morte cerebrale lanciata da Emmanuel Macron due anni fa.

Recita un ormai famoso proverbio afghano: voi avete gli orologi, ma noi abbiamo il tempo. Hanno saputo aspettare i talebani e sono riusciti a conquistare nuovamente il potere. Vent’anni di impegno militare erano invece diventati troppo ingombranti per l’avanzare del ticchettio degli orologi della Casa Bianca. Se quella in Afghanistan rappresenta l’amara sconfitta del mondo liberale che vuole esportare la democrazia, essa è soprattutto la vittoria dell’interpretazione più estrema del fondamentalismo sunnita. La nascita dell’Emirato Islamico dei talebani fornisce infatti la base territoriale di cui la Jihad era stata privata grazie all’intervento americano nell’Afghanistan di Osama Bin Laden prima, e a quello della coalizione internazionale contro il califfato di Al-Baghdadi in Iraq e Siria poi. Gli eventi che questa notte sono culminati nella presa del palazzo presidenziale, sono il risultato della resilienza mostrata dai Mujaheddin negli anni e della parallela debolezza delle istituzioni afghane, considerate corrotte ed incapaci di guadagnare credibilità presso il proprio popolo nonostante il sostegno internazionale e l’imponente flusso di aiuti esteri. Un attore, quello del governo di Ghani, talmente debole da rimanere escluso persino dai negoziati di Doha, dove i talebani sono riusciti ad ottenere ciò che più necessitavano, ovvero il ritiro delle truppe dell’Alleanza Atlantica. Ritiro, quest’ultimo, che è stato il preludio dello sfacelo dell’esercito nazionale afghano, abituato a vedere ogni operazione pianificata nei dettagli e nella logistica dagli ufficiali NATO.

“Questa non è Saigon” ha affermato il Segretario di Stato americano Blinken per contrastare gli inevitabili paragoni con l’ultima grande débâcle americana. È vero: questo non è il Vietnam, questo è l’Afghanistan. Per gli americani è la guerra più lunga mai combattuta, è l’11 settembre, è la crociata contro il terrorismo. Per i britannici è un impegno che dura ormai da quasi due secoli: è la faticosa delimitazione ottocentesca della linea Durand con il vicino Pakistan, è l’avamposto per contrastare la rivale potenza russa nel Grande Gioco in Asia, sono le tre guerre anglo-afghane che hanno visto generazioni di inglesi partire per il fronte durante più di cento anni.

Questa è una terra che non conosce pace, crocevia di interessi geopolitici e foriera di conflitti che superano i confini nazionali. Quello che accade in Afghanistan è un problema di sicurezza che fa tremare tutti i paesi, occidentali e non. Per gli stati vicini, il flusso di rifugiati e i militari in fuga aumenta il rischio di infiltrazioni jihadiste. Così Ankara, per fermare l’arrivo di profughi che si riversa come un fiume in piena verso le province turche di Van e Igdir, si adopera per costruire un muro al confine con l’Iran. Mosca, che ha già conosciuto la complessità logorante di questi territori durante la guerra russo-afghana del 1979-1989, teme per la sicurezza delle ex repubbliche sovietiche di Turkmenistan, Uzbekistan e Tajikistan e organizza esercitazioni militari al confine. Non solo il Cremlino, ma diversi governi, tentano la via del dialogo con i talebani, i quali, ancor prima di ultimare la conquista del paese, ottengono la legittimazione sul piano delle relazioni diplomatiche venendo ricevuti a Mosca, Teheran, Ashgabat e infine a Tianjin, in Cina, fino ad arrivare a Pechino il 28 luglio scorso. Al governo cinese fanno infatti gola i diritti estrattivi nella regione e tali interessi economici nel quadro della pretenziosa e poderosa operazione di politica estera della via della seta, sarebbero garantiti solo attraverso una cooperazione stabile con l’amministrazione di Kabul. La Cina inoltre, si muove in modo da scongiurare il rischio che l’Afghanistan diventi una base logistica per i separatisti e i jihadisti uiguri.

Non ha più senso dunque puntare il dito verso la vicina Islamabad, accusata più volte di supportare i talebani. Oramai tutte le potenze regionali pongono le basi per una futura coabitazione con quello che si può definire il nuovo governo afghano. Non resta che accettare che l’inevitabile si sia compiuto: a dispetto della moltitudine delle realtà che costellano l’universo del fondamentalismo islamico, i talebani si sono imposti a guida della nuova base logista per il reclutamento del terrorismo della Jihad globale. Torna, per il popolo afghano, il medioevo conosciuto tra il 1996 e il 2001. Sorge un nuovo giorno in questo paese senza luce, dove orde di giovani verranno privati della libertà donata loro dallo studio garantitogli negli ultimi anni di speranza. Una speranza tradita ancora una volta, dopo decenni di guerre civili, susseguirsi di regimi politici e del terrore, interventi stranieri presunti portatori di una pace a lungo mai mantenuta. Una speranza che sarà tradita ogni volta che una donna verrà frustata perché dei sandali timidamente faranno capolino sotto il burqa. Una speranza che sarà tradita ogni qual volta un richiedente asilo verrà rimpatriato nella terra della Sharia. Non passerà ora in cui i diritti umani non verranno calpestati. E mentre gli occidentali evacuano il paese, i disperati civili vengono lasciati a terra. Non ci sono aerei per chi è nato e cresciuto in Afghanistan, per chi ha osato rivestire una carica pubblica, apparire in televisione, collaborare per lo sviluppo della libertà di espressione, di stampa, per i diritti civili e politici, economici e sociali. Nonostante le promesse delle ultime ore dei governi occidentali, che suonano vuote come quelle degli ultimi venti anni, arrivano le prime notizie di esecuzioni di traduttori che hanno osato collaborare con la NATO. Il popolo afghano è stato ancora una volta abbandonato al suo destino.


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30 Giugno 2021 | Giornata mondiale contro la tratta di esseri umani - L’esperienza di Valerie Debernardi, in prima linea per difendere le vittime della tratta di esseri umani

30 Giugno 2021 | Giornata mondiale contro la tratta di esseri umani – L’esperienza di Valerie Debernardi, in prima linea per difendere le vittime della tratta di esseri umani

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Di Letizia Pinoja

Parlare di tratta di esseri umani nel 2021 può apparire obsoleto. Tuttavia, la tratta di esseri umani è una pratica ancora molto presente nella nostra società: secondo i dati delle Nazioni Unite, oggi 40 milioni di persone ne sono ancora vittime.[1] A tal proposito l’Agenda 2030 ha fra i suoi Obiettivi per uno Sviluppo Sostenibile quello di sradicare la tratta e lo sfruttamento di esseri umani.[2] Ma cosa si intende per tratta di esseri umani e perché è importante parlarne?

Un fenomeno mondiale

La tratta di esseri umani è considerata una forma di schiavitù moderna che si manifesta in quattro forme principali. Lo sfruttamento a fini sessuali è la pratica più conosciuta e implica la prostituzione forzata, la produzione e la rappresentazione pornografica sotto costrizione. Le donne sono le principali vittime di questa tratta.

Un altro importante sistema di sfruttamento è quello della manodopera nei settori agricolo, edile, alberghiero e del personale domestico. Spesso si tratta di migranti da paesi a basso reddito che accettano condizioni di vita e lavoro precarie poiché pur sempre meglio della disoccupazione nei loro paesi d’origine.[3] I trafficanti di esseri umani approfittano infatti della vulnerabilità delle loro vittime.[4] Le traggono in inganno con false promesse per un futuro migliore nel paese di destinazione. Anche in questo caso, le donne sono più colpite degli uomini dalla tratta.

Il traffico di organi umani costituisce il terzo tipo di sfruttamento. Le vittime, il più delle volte spinte dalla miseria, si vedono costrette a vendere i propri organi in condizioni igienico-sanitarie precarie. Il diritto internazionale vieta tuttavia la vendita di organi e tessuti umani, anche quella di organi “non indispensabili” o con il quali ne basta uno per vivere (per esempio i reni) per evitare qualsiasi tipo di abuso e costrizione.[5]

Infine, la precarietà può spingere le persone a dare in adozione i propri figli in cambio d’infime somme. Quest’ultima pratica – la tratta di minori – racchiude varie modalità e scopi abominevoli quali l’adozione illegale,[6] il matrimonio forzato, la pedopornografica, la prostituzione infantile, far commettere reati a bambini e adolescenti o costringerli a elemosinare.[7]

“Neanche la Svizzera è esente dalla tratta di esseri umani”  

Nel 2018 il Global Slavery Index stimava che nel nostro paese 14’000 persone fossero vittima della tratta di esseri umani.[8] Una cifra esorbitante che dimostra come le persone richiedenti d’aiuto – più di 300 nel 2020, un record assoluto per la Confederazione – costituiscano solo la punta dell’iceberg.[9] A tal proposito Valerie Debernardi – ex stagista alla Fondazione Diritti Umani e attualmente praticante legale presso lo studio legale Peter & Moreau di Ginevra – ci ha parlato dei sempre più numerosi casi di denuncia di tratta di esseri umani nell’ambito del personale domestico. È importante sottolineare che la tratta di esseri umani è un problema anche in Svizzera. Se ne parla poco e ci sono pochi casi portati davanti al tribunale federale. Ginevra in questo è pioniera”.

Infatti, è proprio con lo studio legale ginevrino per cui lavora che Valerie partecipa al caso di un gruppo di donne originarie delle Filippine. Si tratta perlopiù di donne impiegate come personale domestico da missioni diplomatiche, che non vengono pagate per il lavoro svolto, lavorando così “gratuitamente” per i diplomatici e trovandosi costrette a lavorare parallelamente per altri datori di lavoro, cumulando in questo modo orari di lavoro impossibili da sostenere. I corpi diplomatici beneficiano di un permesso di soggiorno speciale – la carta di legittimazione – il quale copre anche il loro personale di servizio. Quest’ultimo dettaglio è stato il motivo per il quale ci è voluto così tanto tempo prima che le vittime si ribellassero.

“Alcune donne hanno vissuto in condizione di vera e propria schiavitù per oltre vent’anni. Temevano di perdere il diritto di restare in Svizzera e quindi non poter garantire la sopravvivenza delle proprie famiglie nei paesi d’origine. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’imposizione alle donne di pagare i contributi della cassa malati. Certe donne vivono con 50-100 franchi al mese. Potersi permettere l’assicurazione sanitaria è letteralmente impossibile. Quest’ultimo affronto ha dato loro il coraggio di chiedere aiuto ai sindacati e denunciare a livello penale, grazie ai loro legali, la situazione di schiavitù in cui si trovavano”.   

Valerie ci tiene a precisare che “non sono solo i diplomatici stranieri ad essere coinvolti nella tratta di esseri umani. Non sono poche le famiglie svizzere che assumono personale di servizio, tate e badanti vittime della tratta di esseri umani e approfittano della loro vulnerabilità per sottopagarle e sfruttarle”.

Gli strumenti di lotta

Attualmente il traffico di esseri umani è punibile ai sensi dell’articolo 182 del Codice Penale Svizzero.[10] Inoltre, la Convenzione sulla lotta contro la tratta degli esseri umani del Consiglio d’Europa, ratificata nel 2013 dalla Svizzera,[11]è cruciale nel lavoro di protezione delle vittime di tratta” ci dice ancora Valerie, “l’articolo 14 prevede il rilascio di un permesso di soggiorno in Svizzera per le vittime della tratta. Questo costituisce un incentivo a denunciare le situazioni di schiavitù. Permette di interrompere il circolo vizioso in cui troppo spesso si trovano le vittime.”

Infine, la Svizzera lotta contro la schiavitù moderna attraverso il suo impegno nell’Alleanza 8.7. Essa è un’alleanza mondiale di paesi e organizzazioni internazionali che, attraverso diversi gruppi di lavoro, intende smantellare il sistema internazionale che favorisce e permette lo sfruttamento e la tratta di esseri umani.[12]

Anche a livello individuale è possibile agire e contribuire alla fine della schiavitù moderna, e la giornata mondiale contro la tratta di esseri umani esiste per ricordarcelo. Innanzitutto, e come sottolineato da Valerie, è fondamentale rendersi conto che il problema esiste anche in Svizzera. Questo primo passo è la chiave per diventare più vigili nel riconoscere potenziali vittime. Ogni individuo che si rende conto della situazione di sfruttamento può aiutare la vittima a richiedere aiuto. Spesso le vittime sono sotto stretta sorveglianza dei loro aguzzini. Anche solo mettendo a disposizione il proprio telefono per contattare gli aiuti, si potrebbe aprire un varco verso la libertà e la giustizia.

Di seguito i contatti delle organizzazioni attive in Svizzera per la tutela delle vittime della tratta di esseri umani:

https://piattaforma-tratta.ch/

https://www.fiz-info.ch/it/FIZ-Angebot

https://www4.ti.ch/dss/dasf/uap/dlav/servizio-lav/


[1] https://traite-des-etres-humains.ch/

[2] https://www.eda.admin.ch/agenda2030/it/home/agenda-2030/die-17-ziele-fuer-eine-nachhaltige-entwicklung.html

[3] https://www.skppsc.ch/it/temi/violenza/traffico-di-esseri-umani/

[4] https://www.sem.admin.ch/sem/it/home/asyl/menschenhandel.html

[5] https://www.bag.admin.ch/bag/it/home/medizin-und-forschung/transplantationsmedizin/internationale-zusammenarbeit-transplantationsmedizin/organhandelskonvention.html

[6] https://backtotheroots.net/ueber-uns/

[7] https://www.skppsc.ch/it/temi/violenza/traffico-di-esseri-umani/

[8] https://www.globalslaveryindex.org/2018/data/maps/#prevalence

[9] https://traite-des-etres-humains.ch/

[10] https://www.fedlex.admin.ch/eli/cc/54/757_781_799/it#a182

[11] https://www.fedlex.admin.ch/eli/cc/2013/94/it

[12] https://www.alliance87.org/

Immagine © CC Flikr/ILO/J. Aliling


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L'esodo degli ultimi. Balcani, continua la gelida vergogna

L’esodo degli ultimi. Balcani, continua la gelida vergogna

Non cessano i respingimenti di profughi, nuove denunce, anche contro Frontex. Le «deportazioni» forzate in condizioni climatiche estreme nel mirino di un’inchiesta Ue

Il muro di neve e filo spinato che ha fatto dei respingimenti il biglietto da visita del Vecchio Continente comincia a dover fare i conti con i tribunali. E nel mirino c’è anche Frontex. Gli uffici del direttore dell’Agenzia Ue per le frontiere sono stati perquisiti su ordine di Olaf, il servizio antifrode di Bruxelles. Il motivo è sempre lo stesso: la caccia ai migranti e le deportazioni forzate fuori dall’Unione europea. Intanto negli accampamenti in Bosnia vengono distribuite scarpe, coperte, tende, detergenti.

Ma non c’è acqua calda, e non resta che scendere al fiume e provare a sciacquarsi tra i rivoli ghiacciati. E mentre il gelo mortifica i passi dei migranti intrappolati lungo la rotta balcanica, dai palazzi di giustizia giungono pronunciamenti che mettono in imbarazzo gli Stati. A Lubiana la corte amministrativa ha condannato l’accordo di riammissione tra Slovenia e Croazia, dove vengono riaccompagnate le persone, anche richiedenti asilo, intercettate dalle forze dell’ordine nel Paese.

Per il giudice si tratta di espulsioni collettive illegali, specie quando lo straniero manifesta l’intenzione di chiedere protezione internazionale. L’organizzazione umanitaria “Infokolpa”, che aveva promosso l’iniziativa legale, sostiene che «solo l’anno scorso erano più di 10 mila le persone respinte».

Nei primi sei mesi del 2019 il ministro dell’Interno sloveno ha riferito di aver trasferito 3.459 stranieri in Croazia secondo gli accordi di riammissione esistenti. Ma di dati affidabili e recenti non ve ne sono. Forse presagendo i verdetti della magistratura, Lubiana sta correndo ai ripari, accelerando sulla costruzione di una barriera metallica che bloccherà vari passaggi, per un totale di 40 chilometri. A ottobre era stato un giudice croato di Karlovac ad assolvere una mezza dozzina di richiedenti asilo afghani entrati illegalmente nel Paese. Nonostante il pronunciamento, il gruppo sparì dalla Croazia per riapparire un paio di giorni in Bosnia, piuttosto malconci, ugualmente riaccompagnati oltre confine dalla polizia.

Tra gennaio 2019 e gennaio 2021 i volontari del “Border violence monitoring” hanno raccolto le testimonianze di 4.340 persone respinte in Bosnia, 845 delle quali con l’uso di armi a scopo intimidatorio e offensivo. Frequentemente, denunciano organizzazioni umanitarie e medici nei campi profughi, vengono utilizzate anche unità cinofile e non di rado le ferite riportate dai migranti respinti sono compatibili con il morso dei cani. Le operazioni di allontanamento spesso avvengono nella piena consapevolezza di Frontex, l’agenzia Ue per la protezione dei confini esterni.

L’Ufficio europeo antifrode (Olaf) ha aperto una indagine amministrativa e il 7 dicembre, si è appreso ieri, ispettori di Bruxelles hanno anche perquisito l’ufficio del direttore Fabrice Leggeri e del suo vice. «L’Olaf può confermare di aver avviato un’indagine su Frontex. Tuttavia, poiché un’indagine è appunto in corso, non può rilasciare ulteriori commenti. Ciò – si legge in una nota – al fine di tutelare la riservatezza delle indagini in corso ed eventuali successivi procedimenti giudiziari». L’inchiesta è partita dopo diverse denunce sui respingimenti operati in Grecia, sia sulla frontiera terrestre che nel mare Egeo verso la Turchia, che hanno visto impegnati anche ufficiali dell’Ue.

Fonte: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/i-respingimenti-nel-mirino-uefbclid=IwAR2Cx75FpR3HZl5sWMlV_09Mjjk5ExtyfocUQFFrhrb4vLirwLMpr5EwwW8

Migranti afghani nel campo profughi di Bihac, in Bosnia Erzegovina '

Migranti afghani nel campo profughi di Bihac, in Bosnia Erzegovina / – Matteo Placucci / Ipsia – Caritas


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Gli Jenisch in Svizzera: una storia di persecuzioni

Gli Jenisch in Svizzera: una storia di persecuzioni

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Chi sono gli Jenisch?

L’origine non è certa, ma essi si definiscono diretti discendenti dei Celti. Comunque dopo la Seconda Guerra Mondiale, su espressa richiesta di una loro rappresentanza mandata alla Romani Union, furono accolti nella comunità degli zingari. La Svizzera, con 35.000 unità, è la quarta nazione con il maggior numero di Jenisch; di questi si calcola che 5.000 siano nomadi. Per quanto detto, mentre le popolazioni romani (Rom, Sinti, Kalé, Romanichals) sono etnie di derivazione indiana, gli Jenisch sono di origine germanica e hanno un loro proprio idioma. Gli Jenisch, così come i Rom e i Sinti, furono aspramente perseguitati nella Germania nazista, rinchiusi nei lager, e pagarono un alto prezzo in termini di vite umane.

In nome dell’eugenetica

In Svizzera è attestato già nel 1825, a Lucerna, che un gruppo di Jenisch fu processato per crimini contro la società. Sotto tortura hanno confessato migliaia di crimini, e furono condannati a pene detentive. Furono loro sottratti i figli con l’intenzione di “rompere” le famiglie allo scopo contrastare la cultura, la lingua e i modi di vita di una comunità che non rifletteva gli ideali d’ordine dell’epoca. Un secolo dopo, gli Jenisch subivano ancora, nella Confederazione, un tentativo di sterminio scientifico che terminò solo nel 1975. Secondo i parametri applicati dalle autorità elvetiche, i nomadi erano considerati pericolosi asociali irrecuperabili, da tenere a bada con metodi repressivi. Il fatto di essere cittadini svizzeri non proteggeva gli Jenisch dal disprezzo e dall’ostilità. A occuparsi di loro, fino agli anni ’20, erano stati i Comuni e i Cantoni. Nel 1926, in pieno clima di cultura eugenetica e di pulizia della razza che spirava anche in Svizzera, Alfred Siegfried diventò responsabile della sezione Scolarità Infantile della fondazione Pro Juventute. Convinto della necessità di ridurre il numero degli Jenisch attraverso la sterilizzazione e il divieto di matrimonio, fondò il programma Hilfswerk fur die Kinder der Landstrasse (“Opera di assistenza per i bambini di strada”) che rimase attivo fino al 1972. Nel 1943 Siegfried tenne a Zurigo una conferenza nella quale espresse in modo esplicito gli scopi, i metodi e l’ideologia alla base della propria attività: gli Jenisch erano definiti “vagabondi”, “una piaga” della società. Poco importava il loro comportamento reale; ciò che contava, secondo Siegfried, era la loro appartenenza etnica.

Successivamente, nel 1970, il governo svizzero condusse una politica semi-ufficiale che verteva a istituzionalizzare i genitori Jenisch come “malati di mente” e a fare adottare i loro figli da cittadini svizzeri, nel tentativo di eliminare la cultura zingara in nome del miglioramento della società locale. Mariella Mehr, nata a Zurigo nel 1947 da una famiglia Jenisch, racconta del programma attuato dall’associazione svizzera Pro Juventute dal 1926 al 1974 per il recupero dei bambini di strada e poi tradotto in un dramma nazionale, accusato di genocidio.

La causa legale si concluse nel 1987: la Confederazione elvetica si scusò con gli Jenisch, riconoscendo la propria responsabilità morale e politica. Non si conosce il numero esatto delle vittime, principalmente bambini, che sembra oscillare tra i 585, certificati dagli archivi della Pro Juventute, in gran parte secretati per un secolo, e i 2.000 stimati. L’intervento eugenetico, tramite l’impedimento di matrimoni, la limitazione delle nascite, le sterilizzazioni, le privazioni della libertà, incise pesantemente sulla comunità Jenisch che ne uscì ferita nello spirito e indebolita demograficamente. Tra i casi noti, ricordiamo Robert Huber, politico svizzero di etnia Jenisch, che da bambino fu lui stesso vittima del programma “Figli della strada”. Ruth Dreyfuss, ex consigliere federale e presidente della Confederazione svizzera nel 1999, affermò in proposito: «Le conclusioni degli storici non lasciano spazio al dubbio: […] è un tragico esempio di discriminazione e persecuzione di una minoranza che non condivide il modello di vita della maggioranza.»

Fonte: https://corriereitalianita.ch/gli-jenisch-in-svizzera-una-storia-di-persecuzioni/


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FENIX, il nuovo Museo della Migrazione ha aperto a Rotterdam

FENIX, il nuovo Museo della Migrazione ha aperto a Rotterdam

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“Questa è una storia universale. Le persone a un certo punto della loro vita prendono una decisione, sia che sia costretta dalla guerra, dalla povertà, da ragioni religiose o da qualcos’altro. Decidono di mettere tutto quello che hanno in una o due valigie e di fare questo viaggio in un nuovo mondo e ricominciare tutto da capo. Quello che vogliamo fare è capire l’emozione e mostrare l’emozione.”, con queste parole il Presidente della Fondazione Droom en Daad, il signor Pijbes, ex direttore generale del famoso Rijksmuseum di Amsterdam, ha presentato il nuovo Museo della Migrazione che ha aperto a Rotterdam.

Un’emozione che inizia dal luogo scelto come sede del museo, il magazzino Fenix ha infatti una storia particolare. È stato costruito nel 1923 ed era considerato il più grande magazzino del mondo, nel tempo la sua storia si è intrecciata con quella della città di Rotterdam, compresa la distruzione in seguito ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, a cui sono seguite numerose e continue riparazioni negli anni ’40 e ’50 del XX secolo.

Il museo sarà il primo progetto culturale europeo dell’architetto Ma Yansong, fondatore di MAD Architects. Per preservare l’identità storica del luogo e dell’edificio, l’architetto ha deciso di conservare la struttura originale in cemento svuotandone però il centro. Nella parte centrale dell’edificio sarà inserita infatti una scenografica scala a forma di tornado. Si tratta in realtà di due scale a chiocciola che si muovono nello spazio con ritmi e raggi di curvatura diversi, per poi congiungersi nella piattaforma di osservazione superiore. Le scale si sviluppano quindi dal pianoterra fino a sfondare il tetto e proseguire oltre, rompendo la staticità e la grande scala del magazzino originale e dando vita, nei diversi piani dell’edificio, a spazi più intimi e di dimensioni più contenute. “Da lontano, la piattaforma e la scala sembrano un’unica entità” ha spiegato l’architetto Ma Yansong aggiungendo poi che viste da vicino queste strutture saranno percepite come un’opera scultorea da esplorare e che non solo rappresentano la storia del luogo e della migrazione europea, ma simboleggiano anche il futuro della città di Rotterdam.

Fonti

https://design.fanpage.it/fenix-il-nuovo-museo-della-migrazione-ha-aperto-a-rotterdam/

https://www.floornature.it/mad-architects-fenix-museum-migration-iniziano-i-lavori-rott-15889/

Visita il sito del Fenix

https://fenix.nl/en/fenix-english/


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Un futuro incerto per i migranti extraeuropei in Svizzera 3

Un futuro incerto per i migranti extraeuropei in Svizzera

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Terra di immigrazione da decenni, la Svizzera non sembra però essere un’allieva modello in termini di integrazione. Secondo uno studio comparativo internazionale, è ancora tra i paesi del Vecchio Continente che fanno meno sforzi per fornire stabilità a lungo termine agli immigrati non europei.

La Svizzera non offre un futuro sicuro agli immigrati, afferma lo studio. Pubblicato mercoledì, il MIPEX (Migrant Intergration Policy Index) confronta le politiche di integrazione di 52 paesi e stila una classifica. La Confederazione si colloca al 25° posto, dietro a Francia, Germania, Italia e Regno Unito. Ottiene 50 punti su 100, pari a sette o otto punti in meno del punteggio medio degli altri paesi dell’Europa occidentale.

Oltre l’80% della popolazione straniera residente in Svizzera proviene da un Paese europeo. Beneficiando dell’accordo sulla libera circolazione delle persone è libera di venire a lavorare e stabilirsi nella Confederazione. Per i cittadini non europei, invece, la situazione è complicata.

Lo studio colloca la Svizzera tra i paesi che offrono ai migranti di paesi terzi delle possibilità di integrazione temporanea, ma non la garanzia di potersi stabilire in modo permanente. Una posizione simile a quelle di Austria e Danimarca. “Questi paesi compiono solo metà del percorso per garantire ai migranti diritti fondamentali e pari opportunità. Le loro politiche incoraggiano la popolazione a vedere gli immigrati come stranieri e non come persone uguali e vicini di casa”, commentano i ricercatori.

L’indice mostra inoltre che la politica di integrazione della Confederazione nell’ultimo decennio non è cambiata. “L’approccio svizzero s’inserisce in una forma di continuità”, osserva Gianni D’Amato, direttore del Forum svizzero per lo studio delle migrazioni (SFM), che partecipa all’elaborazione del MIPEX. La Svizzera vuole usufruire dei vantaggi economici della migrazione, ma il suo obiettivo non è l’integrazione a lungo termine, analizza il professore. “Il messaggio che il paese rivolge ai migranti è: siete i benvenuti, ma non in troppi e non per tutta la vita. Occorre mantenere il controllo per poter limitare il numero di immigrati”, afferma.

Fonte: https://www.swissinfo.ch/ita/politica/confronto-internazionale_un-futuro-incerto-per-i-migranti-extraeuropei-in-svizzera/46216046

Per maggiori informazioni

Due milioni di stranieri in Svizzera, ma chi sono?https://www.swissinfo.ch/ita/serie-migrazione-parte-1-_due-milioni-di-stranieri-in-svizzera-ma-chi sono/42412006#:~:text=Oltre%20l’80%25%20proviene%20da,tutti%20gli%20stranieri%20in%20Svizzera.


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Non ha accolto i migranti: la corte Ue condanna l'Ungheria 2

Non ha accolto i migranti: la corte Ue condanna l’Ungheria

Il diritto dell’Unione è stato violato in vari punti, secondo la sentenza

BRUXELLES – «L’Ungheria è venuta meno agli obblighi del diritto dell’Unione europea in materia di procedure di riconoscimento della protezione internazionale e di rimpatrio di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare».

Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea in una sentenza pubblicata oggi. In particolare ha violato del diritto dell’Unione per «la limitazione dell’accesso alla procedura di protezione internazionale, il trattenimento irregolare dei richiedenti in zone di transito nonché la riconduzione in una zona frontaliera di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, senza rispettare le garanzie della procedura di rimpatrio».

La Corte ha di fatto accolto la parte essenziale del ricorso per inadempimento presentato dalla Commissione europea contro l’Ungheria. Ed ha stabilito che «è venuta meno al proprio obbligo di garantire un accesso effettivo alla procedura di riconoscimento della protezione internazionale, in quanto i cittadini di paesi terzi che desideravano accedere, a partire dalla frontiera serbo-ungherese, a tale procedura si sono trovati di fronte, di fatto, alla quasi impossibilità di presentare la loro domanda».

Per la Corte è poi una violazione delle norme europee anche «l’obbligo imposto ai richiedenti protezione internazionale di rimanere in una zona di transito durante l’intera procedura di esame della loro domanda», che «costituisce un trattenimento».

Infine, l’Ungheria è venuta meno agli obblighi della direttiva “rimpatrio”, «in quanto la normativa ungherese consente di allontanare i cittadini di paesi terzi il cui soggiorno nel territorio è irregolare senza rispettare preventivamente le procedure e le garanzie previste da tale direttiva».

Fonte:https://www.tio.ch/dal-mondo/cronaca/1481286/unione-ungheria-procedura-diritto-ue


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Auto Draft

Rinvio di un ragazzo gambiano omosessuale: la CEDU riprende la Svizzera.

In una sentenza emessa recentemente, la Corte europea per i diritti umani (CEDU) critica la Svizzera per aver voluto rinviare un ragazzo gambiano omosessuale. Questa sentenza dimostra chiaramente l’inadeguatezza della prassi che la Svizzera applica nei confronti dei richiedenti asilo LGBTQI.

Nel caso specifico trattasi di un ragazzo gambiano stabilitosi in Svizzera da qualche tempo. Dopo che la sua domanda d’asilo gli è stata negata a più riprese avrebbe dovuto lasciare la Svizzera nel 2018 in seguito alla decisione finale del Tribunale Federale. Nella sua sentenza del 17 novembre 2020 la CEDU ritiene che la decisione di rinviarlo dalla Svizzera ha violato il divieto alla tortura come sancisce l’articolo 3 della Convenzione. Si ritiene che la Svizzera non ha verificato a sufficienza l’incolumità del richiedente in relazione alla sua omosessualità in caso di rinvio nel suo paese d’origine. La CEDU rimprovera in particolare la Svizzera di non aver verificato se le autorità locali sarebbero state disponibili ed in grado di contrastare eventuali pericoli provenienti da situazioni non governative.

L’Organizzazione svizzera per l’aiuto ai rifugiati (OSAR) accoglie molto favorevolmente questa sentenza e ritiene che per decidere sul rinvio non è sufficiente valutare solo la situazione giuridica e l’applicazione della legge di un paese ma bisogna anche verificare se i richiedenti l’asilo sono protetti ed al sicuro nei confronti di qualsiasi forma di pericolo anche non governativo e/o privato. Secondo l’OSAR questo caso illustra le carenze generali della Svizzera in materia d’asilo nei confronti delle persone LGBTQI. L’esistenza di leggi che reprimono l’omosessualità nei paesi d’origine dei richiedenti asilo non è sufficiente per ottenere la protezione in Svizzera. Per poterne beneficiare le persone LGBTQI devono poter rendere credibile che il rinvio nei loro paesi d’origine li espone direttamente in pericolo. Le autorità svizzere nelle loro indagini, partono dal presupposto che le persone LGBTQI non hanno nulla di cui temere nei loro paesi d’origine fintanto che “non si fanno notare” e dissimulano il loro orientamento sessuale o la loro identità di genere. OSAR a più riprese ha criticato questo modo di fare delle autorità svizzere. Secondo le direttive internazionali, l’organizzazione fa notare che non si tratta di determinare se le persone in cerca di protezione possono continuare a vivere “discretamente” nei loro paesi d’origine in caso di ritorno, ma quello che potrebbe succeder loro se la loro identità venisse scoperta. L’OSAR considera l’identità sessuale come parte integrante dell’identità della persona e ritiene che essa non debba in alcuna circostanza essere repressa o messa in discussione.

Per riconoscere i motivi di fuga degli LGBTQI e garantirne i diritti d’asilo dei richiedenti d’asilo LGBTQI, l’OSAR ed altre organizzazioni hanno stilato, un po’ di tempo fa, una guida per i rappresentanti giuridici. Quest’opera contiene anche dei consigli sull’accoglienza, l’alloggio e la cura dei richiedenti asilo LGBTQI.

Fonte: https://www.osar.ch/publications/news-et-recits/renvoi-dun-gambien-homosexuel-la-cedh-reprimande-la-suisse


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La ONG Open Arms ha soccorso oltre 100 migranti dopo un naufragio nel Mediterraneo

La ONG Open Arms ha soccorso oltre 100 migranti dopo un naufragio nel Mediterraneo

La nave della ONG Open Arms ha soccorso oltre 100 migranti nel Mediterraneo dopo che l’imbarcazione su cui viaggiavano era affondata. Le operazioni di salvataggio erano cominciate nella tarda mattinata e, secondo la ONG, sono terminate un paio di ore fa. Sono state salvate 111 persone e sono stati portati a bordo anche cinque cadaveri. Un bambino di sei mesi è morto a bordo. Open Arms, su Twitter, ha scritto che aveva chiesto per lei e per altre persone in condizioni gravi «un’evacuazione urgente», che però non è arrivata in tempo. Per ora è impossibile dire se ci siano dispersi. I medici a bordo della nave stanno lavorando per soccorrere i casi più gravi.

Secondo Repubblica, l’imbarcazione era alla deriva da ieri ed era stata identificata da un aereo di Frontex, la guardia costiera europea. La sua posizione (oltre 50 chilometri a nord di Sabratha, in Libia) era stata segnalata a Open Arms. Riccardo Gatti, presidente di Open Arms Italia, ha detto in un video pubblicato su Twitter che l’imbarcazione sarebbe affondata perché avrebbe ceduto il fondo dello scafo.

Secondo Oscar Camps, il fondatore di Open Arms, sulla nave della ONG si trovano attualmente 199 migranti: i 111 salvati oggi più altri salvati ieri. Nella serata di oggi, infine, Open Arms ha soccorso un’altra imbarcazione alla deriva, con 65 persone a bordo.

Fonte: https://www.ilpost.it/2020/11/11/open-arms-migranti-naufragio/