A partire da lunedì 24 novembre Amnesty International Svizzera e Fondazione Diritti Umani Lugano torneranno inoltre con la propria campagna di sensibilizzazione “Non ci siamo tuttə, manca unə di noi”, che prevede l’affissione di manifesti nelle stazioni di Bellinzona, Biasca, Mendrisio, Locarno-Muralto e Lugano.
La campagna di sensibilizzazione, proposta in varie declinazioni negli scorsi anni, si prefigge di toccare il maggior numero di persone, rendendole attente alla realtà insidiosa e circondata dal silenzio della violenza domestica, mettendo inoltre contemporaneamente a disposizione delle persone toccate contatti potenzialmente salvavita disponibili in Ticino.
Sui manifesti è infatti ben visibile un codice QR che permette di accedere a una pagina dove sono raccolti i principali numeri utili della Svizzera Italiana in materia di violenza domestica. Queste informazioni fondamentali possono così essere facilmente e discretamente accessibili per chiunque ritenga utile averle a portata di mano, per condividerle con un’amica a rischio o per sapere a chi rivolgersi in caso di necessità.
“Non possono esserci ambiguità: nessuno è al riparo dalla violenza di genere. Le cifre parlano chiaro: si stima che in Svizzera durante la propria vita circa due donne su cinque debbano confrontarsi con una relazione sentimentale segnala dalla violenza, sia essa fisica o psicologica. Tra le amiche o le conoscenti di ognuno di noi probabilmente c’è una donna che vive una relazione abusiva,” afferma Gabriela Giuria di Fondazione Diritti Umani Lugano. “Attraverso questa campagna speriamo di raggiungere queste donne, far sapere loro che esiste una rete, un sostegno concreto per accompagnarle e permettere loro di scrivere un nuovo capitolo della propria vita, nel quale possono essere libere da paura e violenze.
Un’installazione a Bellinzona per dare forma al silenzio spezzato delle donne
BELLINZONA – Dal 22 al 25 novembre 2025, nella corte del Municipio di Bellinzona, prenderà vita “La voce della violenza”, installazione artistica ideata da Claudia Cantoni e Francesca Sanfilippo, un’opera immersiva che affronta il tema del femminicidio e della violenza contro le donne trasformandolo in memoria collettiva, denuncia e speranza.
In un Paese in cui, solo nel 2025, quasi due donne al mese hanno perso la vita a causa della violenza, il progetto si impone come un gesto forte e necessario. Non un semplice atto artistico, ma una vera e propria chiamata alla responsabilità sociale.
Un linguaggio visivo e sonoro che colpisce
L’opera si compone di abiti femminili riciclati, disposti a terra come corpi privati della vita, i contorni tracciati da nastro adesivo rosso a richiamare le scene del crimine. Sopra gli abiti, pietre macchiate di impronte rosse evocano la brutalità della violenza e la sua persistenza nella memoria collettiva.
Elemento centrale dell’installazione è il tappeto sonoro: un flusso di voci che pronunciano frasi raccolte dalla domanda “Cosa pensi della violenza sulle donne in una frase?”. Queste parole, lette da persone esterne per garantire l’anonimato, si intrecciano in un paesaggio acustico fatto di echi, silenzi, respiri. Ogni interazione del pubblico con un abito attiva inoltre una testimonianza, rendendo l’esperienza ancora più intima e sconvolgente.
Arte, impegno e solidarietà
L’installazione è anche una campagna di raccolta fondi: il 60% delle donazioni sarà devoluto a sostegno di due realtà fondamentali nel Ticino, Casa delle Donne di Lugano e Casa Armonia, che ogni giorno offrono protezione, sostegno e un futuro a chi ha subito violenza. La restante parte contribuirà alle spese di realizzazione dell’opera.
Per rendere concreto questo impegno, le artiste si sono affidate alla piattaforma di crowdfunding della Banca Stato: l’obiettivo è raggiungere la soglia minima di 5.000 CHF, necessaria per rendere effettive le donazioni.
Un lavoro corale
Oltre a Cantoni e Sanfilippo, che coniugano linguaggi diversi in un’unica voce artistica, il progetto vede il coinvolgimento di Amnesty International Svizzera, Fondazione Diritti Umani Lugano, con il patrocinio di BPW Ticino, e la collaborazione tecnica di Alan Pipitone, che ha curato il paesaggio sonoro e l’interazione.
L’arte come memoria viva
Con “La voce della violenza”, l’arte diventa strumento di consapevolezza e azione. Trasforma testimonianze dolorose in una narrazione collettiva di speranza e resistenza, per ricordare che dietro i numeri ci sono volti, storie, vite interrotte.
Chi visiterà la corte del Municipio di Bellinzona dal 22 al 25 novembre non troverà solo un’installazione, ma un’esperienza che chiama alla partecipazione, alla solidarietà e al cambiamento.
Chi sarà coinvolto – Le artiste Claudia Cantoni e Francesca Sanfilippo – Amnesty International Svizzera e Fondazione Diritti Umani Lugano per la promozione e la redazione di contenuti e con il patrocinio di BPW Ticino – Alan Pipitone come tecnico dell’interazione per la realizzazione del paesaggio sonoro e dell’interazione
Lugano, 18 novembre 2024 – La Svizzera non è un’isola felice, al sicuro dal fenomeno della violenza di genere. Il tema è più conosciuto e discusso rispetto a qualche anno fa grazie alle campagne di sensibilizzazione promosse da enti pubblici e privati. Questi sforzi importanti non bastano a fermare la violenza: nel 2024 in Svizzera si sono registrati 18 femminicidi; le donne uccise avevano tra i 17 e gli 82 anni (dato aggiornato al 25 ottobre).
In occasione del 25 novembre – Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, Amnesty International, il gruppo DAISI – Donne Amnesty International della Svizzera Italiana – e Fondazione Diritti Umani Lugano aderiscono alla mobilitazione internazionale “16 giorni di attivismo contro la violenza sulle donne” rinnovando il proprio impegno di sensibilizzazione attraverso la campagna “Non ci siamo tutte, manca una di noi”.
Oltre a sensibilizzare sulla realtà di un fenomeno che rimane in gran parte nel segreto delle mura domestiche, le associazioni sottolineano la necessità di rimanere all’erta per poter cogliere gli appelli delle possibili vittime poiché chiunque ha un’alta probabilità di conoscere una donna che vive quotidianamente una forma di violenza di genere, sia essa evidente o nascosta.
Benvenuto di Teresa Ribeiro, Rappresentante OSCE per la Libertà dei mezzi di informazione
Signore e Signori, vi do un caloroso benvenuto a questa proiezione cinematografica e vi auguro una buona serata da Vienna!
Apprezzo molto l’opportunità di partecipare a questo evento in occasione della Giornata Internazionale della Donna e sono lieta di presentarvi il nostro documentario ‘A Dark Place’ sulla violenza online nei confronti delle giornaliste. Il film è stato presentato in anteprima a dicembre 2018 a Vienna ed è un’iniziativa del mio ufficio insieme all’International Press Institute ed è parte del nostro progetto volto a rafforzare la sicurezza delle giornaliste online (Safety of Female Journalists Online, SOFJO).
Innanzitutto, vorrei ringraziare gli organizzatori dell’evento: Lugano Film Festival, Fondazione Diritti Umani, Amnesty International e Syndicom, per aver organizzato la proiezione del film documentario e per aver incluso una tavola rotonda con esperti che lavorano specificamente sulla sicurezza delle giornaliste.
Nonostante l’aumento della consapevolezza e degli sforzi da parte della società civile, dei media, dei governi e della comunità internazionale, la sicurezza dei giornalisti rimane pertinente – e dobbiamo continuare e persino aumentare i nostri sforzi. Certamente (il tema) rimane in cima alla mia agenda.
La libertà dei media può esistere solo quando i giornalisti – tutti i giornalisti, a prescindere dal loro sesso o da altre identità – sono al sicuro per svolgere il loro lavoro, per indagare, per riferire, per fare luce su questioni che vengono intenzionalmente tenute all’oscuro e per chiedere conto a chi detiene il potere.
Nel mondo digitale di oggi, le donne giornaliste corrono un rischio particolare: essere attaccate come giornaliste e come donne. Il nostro documentario ‘A Dark Place’ mette in evidenza l’impatto che tali attacchi online, molestie e disinformazione hanno sulla singola donna presa di mira. Come questi attacchi impediscono la sua capacità di lavorare, di esprimersi liberamente e di impegnarsi online. Mostra anche come questi attacchi vadano oltre il livello individuale, come minino i progressi verso l’uguaglianza di genere, come ostacolino il giornalismo pluralistico e l’impatto che hanno su ciò che i giornalisti riportano, su chi può parlare, su quali prospettive vengono riportate e così via. In breve, come gli attacchi online basati sul genere hanno un impatto sulla pluralità: la diversità delle voci, delle storie e delle informazioni.
Quello che volevamo evidenziare nel documentario ‘A Dark Place’ è che l’abuso online crea un luogo buio per le persone prese di mira e colpite, ma lascia anche noi come società al buio, in quanto restringe il panorama dell’informazione e dei media.
Uno studio globale condotto dall’UNESCO e dall’International Center for Journalists ha confermato che quasi tre quarti delle giornaliste subiscono abusi online – e il 20% ha riferito di essere stata presa di mira con attacchi offline collegati a una precedente violenza online. Questo è allarmante. Dobbiamo agire. Dobbiamo basarci su ciò che è stato identificato come possibile soluzione.
Nell’ambito del nostro progetto Sicurezza delle giornaliste, stiamo attualmente sviluppando le Linee guida per il monitoraggio della violenza online contro le giornaliste, fornendo un sistema di monitoraggio e di segnalazione più sistematico, con un approccio sensibile e rispondente alle esigenze di genere. Questo nuovo strumento aiuterà a rilevare, prevedere e, in ultima analisi, a prevenire l’escalation della violenza online contro le giornaliste, in situazioni ancora più gravi sia online che offline.
Spero che il nostro documentario ‘A Dark Place’ e le discussioni di questa sera contribuiscano ad aumentare la consapevolezza e l’urgenza del nostro lavoro per rafforzare la sicurezza digitale delle giornaliste, nell’interesse di un maggiore pluralismo e della libertà dei media per tutti.
Vi auguro una serata cinematografica interessante e stimolante!
25 novembre - Insieme contro la violenza sulle donne
“Non ci siamo tutte, manca una di noi”
Lugano, 18 novembre 2022 – In Svizzera si stima che il 40% delle donne (circa due donne su 5) subisce o ha subito violenza fisica o psicologica nel corso della sua vita. In occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne 2022, Amnesty International con il proprio gruppo DAISI – Donne Amnesty International della Svizzera Italiana – e Fondazione Diritti Umani Lugano tornano ad agire insieme e ad essere presenti sul territorio con la campagna “Non ci siamo tutte, manca una di noi”.
La sensibilizzazione viaggia con la popolazione
A partire da lunedì 21 novembre la campagna di sensibilizzazione “Non ci siamo tutte, manca una di noi” sarà presente a bordo di mezzi di trasporto pubblici in diverse regioni del Cantone: Trasporti Pubblici Luganesi, Ferrovie Autolinee Regionali Ticinesi FART, Autopostale Bellinzona e dintorni e Autolinee Mendrisiensi.
La campagna “Non ci siamo tutte, manca una di noi” vuole ricordare simbolicamente la donna che quel giorno non può essere presente e muoversi liberamente sul territorio per svolgere le attività del quotidiano perché relegata in casa in seguito a una violenza fisica e/o psicologica o perché ospedalizzata o addirittura uccisa durante un episodio di violenza.
Una campagna internazionale
I cartelli informativi (vedi fotografia allegata) riprendono il colore arancione della campagna di sensibilizzazione delle Nazioni Unite, “16 giorni di attivismo contro la violenza sulle donne”. Il periodo dal 25 novembre al 10 dicembre è stato scelto dall’ONU per creare un legame simbolico tra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne (25 novembre) a quella dei Diritti umani (10 dicembre), e creare presa di coscienza tra la popolazione.
La campagna per i 16 giorni di attivismo contro la violenza sulle donne di Amnesty International e Fondazione Diritti Umani Lugano si concluderà proprio in occasione della Giornata internazionale dei Diritti Umani, con il convegno sui Diritti Fondamentali che si terrà il 10 dicembre 2022 all’Auditorium USI a partire dalle 9.00. (seguirà comunicazione).
Con l’azione “Non ci siamo tutte, manca una di noi” Amnesty International Svizzera, il suo gruppo DAISI e Fondazione Diritti Umani Lugano, vogliono sensibilizzare il maggior numero di persone al tema della violenza domestica portando i contatti utili direttamente tra le persone in viaggio attraverso il Ticino.
Numeri utili
Sui manifesti affissi in bus e autopostali è infatti ben visibile un codice QR che permette di visualizzare una pagina web che raccoglie i principali numeri utili della Svizzera Italiana ai quali rivolgersi per ottenere aiuto in caso di violenza domestica. Questi contatti figurano anche per esteso sul verso del manifesto, così da poter essere facilmente e discretamente fotografati da chiunque possa ritenere utile avere sempre a portata di mano queste informazioni, per condividerle con un’amica potenzialmente a rischio o semplicemente per avere la sicurezza di sapere chi chiamare in caso di necessità.
“Le 717 infrazioni in ambito domestico registrate dalla Polizia cantonale nel 2021 non lasciano spazio ai dubbi: la violenza domestica, che nella maggior parte dei casi colpisce le donne, è una realtà anche in Ticino,” afferma Gabriela Giuria, responsabile Fondazione Diritti Umani Lugano e attivista DAISI, “Sappiamo che per le vittime chiedere aiuto può essere estremamente difficile, dal profilo pratico e psicologico. Se la campagna “Non ci siamo tutte, manca una di noi” farà si che una donna in difficoltà chieda sostegno avremo raggiunto il nostro obiettivo.”
La violenza sulle donne ha mille volti. Impara a riconoscerli!
Violenza fisica: non si parla solo di gravi percosse ma anche di strattoni, sberle e negazione della libertà.
Violenza sessuale: qualsiasi atto sessuale che avviene senza il tuo consenso esplicito, anche da parte del tuo partner, è una forma di violenza! Il tuo corpo è solo tuo e nessuno ha il diritto di violarlo!
Violenza psicologica: insulti, denigrazione, coercizione, ma anche più semplicemente venir sminuite e attaccate sulle proprie insicurezze come l’aspetto fisico, l’intelletto o la simpatia. Dover chiedere al partner il permesso di uscire con le amiche è una forma di violenza!
Violenza economica: qualsiasi comportamento che arreca un danno economico alla persona, come non poter esercitare una professione, avere un accesso ristretto alle risorse finanziarie della coppia o non ricevere i dovuti alimenti in caso di separazione.
La violenza sulle donne è una sconfitta per tutti!
La violenza contro le donne è una violenza contro la società intera. È un problema che riguarda tutti: oggi ne è vittima la tua vicina, domani potrebbe toccare a tua figlia. Bisogna sviluppare una cultura di prevenzione e sensibilizzazione, e insegnare alle nuove generazioni l’importanza del rispetto e dell’ingiustizia del sistema patriarcale che permette tutt’oggi tali atrocità. Soltanto unendoci potremo sradicare la violenza sistematica contro le donne!
È parlandone che ti puoi salvare!
Solo 1 donna su 5 riporta i casi di violenza subiti. Spesso abbiamo paura che denunciando i fatti, diventiamo ancora più vulnerabili alla violenza. Ma è solo informando i nostri cari, le nostre amiche e chiedendo aiuto alle associazioni ed enti specializzati che potremo metterci in salvo!
Il primo Rapporto della società civile sull’applicazione della Convenzione di Istanbul è ora disponibile in italiano
Lugano, 10 dicembre 2021
In occasione della Giornata internazionale dei Diritti Umani (10 dicembre) e per segnare la fine della campagna ONU 16 giorni di attivismo contro la violenza di genere partita il 25 novembre (Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne), Fondazione Diritti Umani e Amnesty International pubblicano la traduzione in italiano del Rapporto della società civile sull’applicazione della Convenzione di Istanbul in Svizzera. Il Rapporto curato dalla Rete Convenzione di Istanbul, presentato il 5 luglio 2021 (comunicato stampa in francese), raccoglie le principali critiche e richieste delle organizzazioni della società civile che, nel nostro paese, sono impegnate sul campo evidenziando la necessità di agire.
La Convenzione di Istanbul (CI), Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, è entrata in vigore in Svizzera il 1 aprile 2018. Come Stato firmatario la Svizzera riconosce che i rapporti di forza ineguali tra i generi sono una delle cause principali della violenza contro le donne e che i rapporti gerarchici tra i generi sono mantenuti da questa violenza. La Svizzera ha pubblicato il proprio primo rapporto ufficiale sull’applicazione della CI, il 18.6.2021. La società civile ha pubblicato il proprio rapporto ombra il 5 luglio 2021: da oggi questo è disponibile anche in italiano (link online).
La ratifica della CI ha permesso la creazione di una importante rete di scambio e collaborazione tra le organizzazioni non governative (ONG) e i servizi della società civile che si occupano di lotta contro la violenza. La Rete Convenzione di Istanbul conta poco meno di cento servizi e ONG attivi nei settori della violenza, dell’uguaglianza di genere, LGBTQIA+, della disabilità, della terza età, dell’infanzia, della migrazione/ asilo e dei diritti umani. Tra queste anche Amnesty International Svizzera e Fondazione Diritti Umani, quale unica organizzazione con sede principale in Ticino.
La protezione delle vittime sacrificata in nome dei tagli finanziari
Le organizzazioni e i servizi parte della Rete Convenzione di Istanbul chiedono un’applicazione inclusiva e non discriminatoria della CI, in rispetto degli obblighi sanciti dall’articolo 4 della stessa. Nel proprio rapporto ombra la Rete denuncia come la Svizzera risparmi sulla protezione dalla violenza a scapito di determinati gruppi di vittime. Questi tagli, oltre ad essere chiaramente discriminatori, mettono in pericolo delle vite.
Ampliare le definizioni di violenza
La Rete Convenzione Istanbul ritiene troppo limitante la definizione di “violenza domestica” e chiede l’ampliamento alla dimensione dell’“ambiente sociale immediato”. Questo permetterebbe considerare anche le persone che vivono situazioni di vita collettiva e assistita (come nell’ambito dell’asilo, della disabilità, della malattia, della terza età e dell’esecuzione delle pene). Per queste realtà la definizione di “violenza domestica” è insufficiente. Si evidenzia anche la mancata considerazione da parte della Convenzione della violenza digitale di genere, una forma di attacchi sempre più diffusa e pervasiva che va a colpire le vittime nello spazio privato, dove dovrebbero sentirsi più protette e al riparo da aggressioni.
La Rete auspica anche l’introduzione del termine “violenza sessualizzata” a coprire tutti gli atti non consensuali di natura sessuale: atti fisici, psicologici, verbali e sociali, che vanno dal contatto indesiderato allo stupro, dai commenti osceni al sexting.
Svizzera: diversi rapporti a confronto
L’attuazione della Convenzione da parte degli Stati firmatari è accompagnata dal monitoraggio del gruppo di esperti indipendenti GREVIO (Gruppo di esperti sulla lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica). Il punto di partenza di questo monitoraggio è il primo rapporto ufficiale della Svizzera, pubblicato dal Consiglio federale il 18.6.2021.
Il secondo elemento centrale è un “rapporto alternativo” della società civile, pubblicato in italiano da Fondazione Diritti Umani in collaborazione con Amnesty International in occasione della Giornata internazionale dei Diritti Umani. In Svizzera, questo documento è il frutto del lavoro della Rete Convenzione di Istanbul, che riunisce circa 100 ONG, servizi specializzati e altri attori della società civile. Questo rapporto ombra riunisce un rapporto principale congiunto e dei rapporti approfonditi delle singole entità. Con questa struttura è possibile raggruppare le richieste principali e presentare aspettative specifiche in modo differenziato.
Chi desidera riservare la versione cartacea del rapporto alternativo in italiano, la cui pubblicazione è prevista per inizio 2022, può scrivere a: info@fondazionedirittiumani.ch, indicando il numero di copie, al costo di 15.- franchi l’una.
Per informazioni e interviste: Gabriela Giuria Fondazione Diritti Umani, 079 444 42 81
La versione digitale del documento è disponibile qui:
In Svizzera si stima che il 40% delle donne subisce o ha subito violenza fisica o psicologica nel corso della sua vita. In occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne 2021, Amnesty International, il gruppo DAISI (Donne Amnesty International della Svizzera Italiana) e Fondazione Diritti Umani Lugano, in collaborazione con Zonta Club Locarno, lanciano un’azione di sensibilizzazione rivolta a tutta la popolazione.
In occasione del 25 novembre a dare visibilità all’azione “Non ci siamo tutte, manca…” contribuiranno in particolare l’Associazione Commercianti ed Artigiani di Minusio (ACAM), gli spazi de LaFilanda a Mendrisio e le corse del Trenino Turistico di Lugano. La lista dei commerci coinvolti nell’azione è disponibile qui.
Campagna internazionale
L’azione si inserisce nella campagna internazionale promossa dalle Nazioni Unite, i 16 giorni di attivismo contro la violenza sulle donne. Il periodo tra il 25 novembre e il 10 dicembre è stato scelto per creare un fil rouge tra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne e quella dedicata ai Diritti Umani (10 dicembre): grazie all’importante mobilitazione e al coinvolgimento dell’opinione pubblica si vuole provocare una presa di coscienza collettiva e un’azione concreta per affrontare questo problema endemico. Dal 1991 il colore arancione – simbolo di un futuro luminoso, senza violenza sulle donne – caratterizza le attività di questi 16 giorni di attivismo.
“Non ci siamo tutte, manca….”
I commerci che sostengono l’azione espongono nella vetrina del proprio negozio un manifesto sul quale figura il volto anonimo di una donna, accompagnato dallo slogan “Non ci siamo tutte, manca… manca mia mamma / la mia amica / mia sorella / la mia vicina / la mia collega” (immagine: vedi intestazione comunicato). Il manifesto è declinato in 5 versioni per ricordare simbolicamente la cliente che quel giorno non può esserci, perché relegata in casa a causa di una violenza fisica e/o psicologica o perché ospedalizzata o addirittura uccisa durante un episodio di violenza.
Sul manifesto figura un QRcode dal quale poter scaricare diverse informazioni, in particolare i contatti utili per le vittime di violenza. Le stesse informazioni saranno disponibili anche sotto forma di segnalibro che i commercianti potranno mettere discretamente a disposizione della clientela.
Per dare visibilità al tema le organizzazioni chiedono anche un piccolo e semplice gesto alle cittadine e ai cittadini che possono postare sui propri profili social immagini o selfies scattati accanto al manifesto, indicando il nome del negozio, la città in cui si trovano e gli hashtag #25NoV e #NonCiSiamoTutte.
Violenza contro le donne in Svizzera e in Ticino
Nel 2021 in Svizzera sono 25 le vittime di femminicidio (dato all’8 novembre 2021, fonte Stop Femizid). Una cifra che potrebbe essere molto più alta poiché ben 9 donne sono sopravvissute a un tentativo di femminicidio.
Nel 2020 nel nostro paese 28 persone sono decedute per le conseguenze di una violenza domestica: 11 vittime erano donne morte a seguito di violenza perpetrata dal partner attuale o di un ex, 9 vittime erano bambini uccisi da uno dei due genitori (dati Ufficio federale di Statistica).[1]
Secondo i dati della Polizia cantonale, nel 2020 in Ticino gli interventi degli agenti per episodi di violenza domestica hanno conosciuto un leggero aumento, passando dai 1.042 casi del 2019 ai 1.103 del 2020.[2] Nel 2020 in Ticino si è registrato un femminicidio. Nel 2021 Stop Femizid recensisce 2 femminicidi (Breganzona e Bellinzona) e un tentativo (Solduno).
Il 19 giugno si celebra la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sessuale nei conflitti armati, voluta dalle Nazioni Unite per combattere questo crimine brutale, che colpisce principalmente donne e ragazze, ma che viene perpetrato anche contro uomini e ragazzi. Nel suo ultimo rapporto su questo dramma, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha ricordato l’importanza della Risoluzione 1325 (2000), la prima risoluzione in assoluto che menziona esplicitamente l’impatto della guerra sulle donne ed il contributo delle stesse nella risoluzione dei conflitti per una pace durevole.
La pandemia, purtroppo, ha messo in evidenza l’insufficienza dei progressi raggiunti, spesso a fatica, in questo campo e ha amplificato la disuguaglianza di genere, che spesso è una delle cause alla radice della violenza sessuale nei conflitti armati, ma anche in tempo di pace. Come ha rimarcato Guterres, quanto accaduto in Etiopia, durante il conflitto nel Tigray, testimonia come la violenza sessuale sia ancora utilizzata come “una tattica di guerra e tortura” in quei contesti in cui si sovrappongono crisi umanitaria e di sicurezza.
Sebbene molti sforzi in questo senso siano stati fatti, come la creazione di un apposito ufficio del Segretariato Generale delle Nazioni Unite per la violenza sessuale associata a situazioni di conflitto e di un network di agenzie internazionali impegnate su programmi paese specifici, il fenomeno continua di fatto ad essere sottostimato, complice anche il senso di vergogna che impedisce alle vittime e ai sopravvissuti di denunciare quello che hanno subito, rendendo di conseguenza molto difficile la raccolta dei dati per ogni teatro di conflitto.
A livello internazionale sempre più si sta rafforzando un movimento di opinione, nato dalla società civile, per contrastare in tutti i modi possibili questo crimine e per sostenere le vittime da esso causate.
Sei uccise ad Atlanta. 3.800 attacchi nel 2020: cause, Covid e razzismo
– L’uccisione di almeno sei donne asiatiche – tra le otto vittime complessive – nelle sparatorie avvenute in diverse sale per massaggi alla periferia di Atlanta, nello stato americano della Georgia, è soltanto l’ultima manifestazione di odio nei confronti della popolazione di origine asiatica negli Stati Uniti. Violenti attacchi, abusi, molestie e insulti contro asiatici-americani, infatti, si sono moltiplicati a dismisura dall’inizio della pandemia di Covid-19, e secondo attivisti ed esperti di sicurezza si tratterebbe per la maggior parte di crimini d’odio legati alla retorica che vede i cittadini asiatici all’origine della diffusione del coronavirus. Alcuni hanno direttamente incolpato la retorica anti-cinese dell’ex presidente Donald Trump, che ha spesso menzionato la pandemia come “virus cinese” o “influenza kung”.
Alla fine dell’anno scorso, le Nazioni Unite hanno pubblicato un rapporto che descriveva “un livello allarmante” di violenza di matrice razzista e altri episodi di odio contro gli asiatici americani, anche se è difficile determinare i numeri esatti di tali crimini e casi di discriminazione, poiché nessuna organizzazione o agenzia governativa ha monitorato il problema a lungo termine e gli standard di segnalazione possono variare da regione a regione.
Secondo una ricerca pubblicata ieri dal forum “Stop AAPI Hate”, sono stati segnalati quasi 3.800 incidenti in circa un anno, dall’inizio della pandemia. E’ un bilancio significativamente più alto rispetto a quello dell’anno scorso, pari a circa 2.800 episodi di odio a livello nazionale. Le donne rimaste vittime di crimini d’odio rappresentano una quota molto più alta, il 68%, rispetto agli uomini, che sono il 29% del totale. Russell Jeung, professore di studi asiatici americani presso la San Francisco State University e fondatore del forum, ha dichiarato a NBC Asian America che la fusione di razzismo e sessismo, incluso lo stereotipo secondo cui le donne asiatiche sono mansuete e sottomesse, potrebbe essere un altro fattore determinante per questa disparità.
Nonostante gli sforzi delle istituzioni e l’evoluzione della società, la parità nella vita professionale ed accademica è ancora lontana. Ci sono tuttavia enti e progetti volti a promuovere le pari opportunità e ad aiutare in caso di problemi.
Situazione in Svizzera
Art. 3 della Legge federale sulla parità dei sessi LPar
«Nei rapporti di lavoro, uomini e donne non devono essere pregiudicati né direttamente né indirettamente a causa del loro sesso, segnatamente con riferimento allo stato civile, alla situazione familiare o a una gravidanza.»
Nonostante la LPar sia entrata in vigore nel 1996, la strada verso la parità nel mondo del lavoro è ancora lunga. Ecco le cifre più recenti secondo l’UFU e l’USTAT (dati del 2016):
Sei donne su dieci attive professionalmente lavorano a tempo parziale, mentre lo stesso vale solo per due uomini su dieci.
Lo scarto salariale è ancora abbastanza importante: nel settore privato una donna guadagna in media il 19,6% in meno rispetto ad un collega uomo, mentre nel settore pubblico lo scarto è del 16,7%.
C’è una forte sottorappresentazione delle donne tra i quadri: solo il 3% della direzione e il 4% del consiglio di amministrazione delle imprese svizzere quotate in borsa è composto da donne.
La divisione per settore al momento della scelta degli studi universitari è ancora abbastanza marcata (ad es. il 69,4% delle persone che studiano scienze tecniche sono di sesso maschile, mentre nelle scienze sociali e umane sono solo il 29,4%).
Pari opportunità nella vita accademica
La maggior parte delle scuole universitarie svizzere offre servizi di consulenza specializzati in questioni legate alla parità. Mediante misure quali la «politica di genere», le scuole universitarie auspicano di attuare un sistema organizzativo equo e garantire le pari opportunità tra donne e uomini, sia tra studenti sia tra insegnanti. I dati di contatto delle persone responsabili delle pari opportunità nelle scuole universitarie sono disponibili su gendercampus.ch.
Gran parte delle scuole universitarie pubblica sul proprio sito informazioni inerenti alle pari opportunità: ad esempio, i siti dell’USI (usi.ch) e della SUPSI (supsi.ch) contengono indirizzi, spiegazioni sulle misure adottate e altre informazioni utili.
Discriminazione e molestie sessuali
Discriminazioni
Se ci si rende conto di stare subendo una discriminazione salariale o a livello professionale a causa del proprio genere, è possibile seguire questi passi:
informarsi: www.ebg.admin.ch offre informazioni sulla parità salariale;
cercare una soluzione parlandone con il proprio o la propria superiore oppure, se possibile, con la persona responsabile delle pari opportunità all’interno dell’azienda;
qualora non si dovesse trovare una soluzione, è possibile rivolgersi a specialisti: consultori, associazioni del personale, sindacati, uffici di conciliazione;
in casi gravi è anche possibile avviare una procedura giudiziaria: la procedura davanti a un tribunale cantonale è gratuita, ma non le prestazioni dello studio legale. Durante la procedura e nei sei mesi successivi è garantita la protezione contro il licenziamento pronunciato per ritorsione.
Molestie sessuali
Le molestie sessuali sono comportamenti indesiderati di carattere sessuale che ledono la dignità della persona. Possono provenire da singoli individui o da gruppi (mobbing). A compiere le molestie sessuali possono essere collaboratori e collaboratrici, datori e datrici, partner o clientela.
Esistono diversi tipi di molestia sessuale:
commenti sessisti e osservazioni allusive;
contatti fisici indesiderati, coazione sessuale o violenza carnale;
materiale pornografico nei luoghi di lavoro;
abuso di una posizione di potere (ad es. nei confronti di subordinati) per ottenere prestazioni sessuali in cambio di favori o con minacce;
persecuzione.
In caso di molestie sessuali, le procedure da seguire sono le stesse che in caso di discriminazioni. Per ulteriori informazioni sull’argomento e sui passi da prendere, si vedano i seguenti siti:
molestie-sessuali.ch: Informazioni dell’Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo
www.ti.ch/molestie: Gruppo stop molestie, consulenza e sostegno del Canton Ticino
aiuto-alle-vittime.ch: Aiuto alle vittime Svizzera sostiene ed offre consulenza alle vittime di violenza sessuale
Link utili
In Svizzera ci sono diversi enti o progetti che promuovono la parità nel mondo del lavoro o che sono a disposizione per consulenze o in caso di problemi che possono verificarsi durante la scelta professionale o una volta entrati nel mondo del lavoro (discriminazioni, molestie, ecc.):
Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo UFU: www.ebg.admin.ch;
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