Approfondimenti

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13.02.2026 - Le Rotte Migratorie 1

13.02.2026 – Le Rotte Migratorie

Dibattito pubblico sulle rotte migratorie verso l’Europa.
L’aumento dei conflitti, il rafforzamento di gruppi estremisti e regimi autoritari, la crescita della povertà e delle catastrofici naturali, più numerose e violente a causa dei cambiamenti climatici, costringe sempre più persone ad abbandonare la propria terra.

Venerdì 13 febbraio 2026, ore 20.00
Mendrisio
presso La Filanda

Relatori:

Anna Bernasconi, giornalista e regista d’inchiesta RSI
Paolo Bernasconi, avvocato, ex procuratore pubblico
Un/a rappresentante di Medici Senza Frontiere
Don Giusto Della Valle, parroco delle parrocchie di Rebbio e Camerlata
Davide Mattei, giornalista e regista d’inchiesta

Moderatore: Emiliano Bos, giornalista RSI


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Campagna contro la violenza sulle donne 2025

A partire da lunedì 24 novembre Amnesty International Svizzera e Fondazione Diritti Umani Lugano torneranno inoltre con la propria campagna di sensibilizzazione “Non ci siamo tuttə, manca unə di noi”, che prevede l’affissione di manifesti nelle stazioni di Bellinzona, Biasca, Mendrisio, Locarno-Muralto e Lugano.

La campagna di sensibilizzazione, proposta in varie declinazioni negli scorsi anni, si prefigge di toccare il maggior numero di persone, rendendole attente alla realtà insidiosa e circondata dal silenzio della violenza domestica, mettendo inoltre contemporaneamente a disposizione delle persone toccate contatti potenzialmente salvavita disponibili in Ticino.

Sui manifesti è infatti ben visibile un codice QR che permette di accedere a una pagina dove sono raccolti i principali numeri utili della Svizzera Italiana in materia di violenza domestica. Queste informazioni fondamentali possono così essere facilmente e discretamente accessibili per chiunque ritenga utile averle a portata di mano, per condividerle con un’amica a rischio o per sapere a chi rivolgersi in caso di necessità.

“Non possono esserci ambiguità: nessuno è al riparo dalla violenza di genere. Le cifre parlano chiaro: si stima che in Svizzera durante la propria vita circa due donne su cinque debbano confrontarsi con una relazione sentimentale segnala dalla violenza, sia essa fisica o psicologica. Tra le amiche o le conoscenti di ognuno di noi probabilmente c’è una donna che vive una relazione abusiva,” afferma Gabriela Giuria di Fondazione Diritti Umani Lugano. “Attraverso questa campagna speriamo di raggiungere queste donne, far sapere loro che esiste una rete, un sostegno concreto per accompagnarle e permettere loro di scrivere un nuovo capitolo della propria vita, nel quale possono essere libere da paura e violenze.

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“La voce della violenza” – L’arte per denunciare la violenza contro alle donne

“La voce della violenza” – L’arte per denunciare la violenza contro le donne

Un’installazione a Bellinzona per dare forma al silenzio spezzato delle donne

BELLINZONA – Dal 22 al 25 novembre 2025, nella corte del Municipio di Bellinzona, prenderà vita “La voce della violenza”, installazione artistica ideata da Claudia Cantoni e Francesca Sanfilippo, un’opera immersiva che affronta il tema del femminicidio e della violenza contro le donne trasformandolo in memoria collettiva, denuncia e speranza.

In un Paese in cui, solo nel 2025, quasi due donne al mese hanno perso la vita a causa della violenza, il progetto si impone come un gesto forte e necessario. Non un semplice atto artistico, ma una vera e propria chiamata alla responsabilità sociale.

Un linguaggio visivo e sonoro che colpisce

L’opera si compone di abiti femminili riciclati, disposti a terra come corpi privati della vita, i contorni tracciati da nastro adesivo rosso a richiamare le scene del crimine. Sopra gli abiti, pietre macchiate di impronte rosse evocano la brutalità della violenza e la sua persistenza nella memoria collettiva.

Elemento centrale dell’installazione è il tappeto sonoro: un flusso di voci che pronunciano frasi raccolte dalla domanda “Cosa pensi della violenza sulle donne in una frase?”. Queste parole, lette da persone esterne per garantire l’anonimato, si intrecciano in un paesaggio acustico fatto di echi, silenzi, respiri. Ogni interazione del pubblico con un abito attiva inoltre una testimonianza, rendendo l’esperienza ancora più intima e sconvolgente.

Arte, impegno e solidarietà

L’installazione è anche una campagna di raccolta fondi: il 60% delle donazioni sarà devoluto a sostegno di due realtà fondamentali nel Ticino, Casa delle Donne di Lugano e Casa Armonia, che ogni giorno offrono protezione, sostegno e un futuro a chi ha subito violenza. La restante parte contribuirà alle spese di realizzazione dell’opera.

Per rendere concreto questo impegno, le artiste si sono affidate alla piattaforma di crowdfunding della Banca Stato: l’obiettivo è raggiungere la soglia minima di 5.000 CHF, necessaria per rendere effettive le donazioni.

Un lavoro corale

Oltre a Cantoni e Sanfilippo, che coniugano linguaggi diversi in un’unica voce artistica, il progetto vede il coinvolgimento di Amnesty International Svizzera, Fondazione Diritti Umani Lugano, con il patrocinio di BPW Ticino, e la collaborazione tecnica di Alan Pipitone, che ha curato il paesaggio sonoro e l’interazione.

L’arte come memoria viva

Con “La voce della violenza”, l’arte diventa strumento di consapevolezza e azione. Trasforma testimonianze dolorose in una narrazione collettiva di speranza e resistenza, per ricordare che dietro i numeri ci sono volti, storie, vite interrotte.

Chi visiterà la corte del Municipio di Bellinzona dal 22 al 25 novembre non troverà solo un’installazione, ma un’esperienza che chiama alla partecipazione, alla solidarietà e al cambiamento.

👉 Per sostenere il progetto: La Voce della Violenza

La voce della violenza

Chi sarà coinvolto
– Le artiste Claudia Cantoni e Francesca Sanfilippo – Amnesty International Svizzera e Fondazione Diritti Umani Lugano per la promozione e la redazione di contenuti e con il patrocinio di BPW Ticino
– Alan Pipitone come tecnico dell’interazione per la realizzazione del paesaggio sonoro e dell’interazione

Claudia Cantoni
https://claudia-cantoni.com/
https://www.instagram.com/claudiacantoniart

Francesca Sanfilippo
https://www.fslab.ch/
https://www.instagram.com/fslab.fslab/


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Campagna contro la violenza sulle donne 2024

Campagna contro la violenza sulle donne 2024

Lugano, 18 novembre 2024 – La Svizzera non è un’isola felice, al sicuro dal fenomeno della violenza di genere. Il tema è più conosciuto e discusso rispetto a qualche anno fa grazie alle campagne di sensibilizzazione promosse da enti pubblici e privati. Questi sforzi importanti non bastano a fermare la violenza: nel 2024 in Svizzera si sono registrati 18 femminicidi; le donne uccise avevano tra i 17 e gli 82 anni (dato aggiornato al 25 ottobre).

In occasione del 25 novembre – Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, Amnesty International, il gruppo DAISI – Donne Amnesty International della Svizzera Italiana – e Fondazione Diritti Umani Lugano aderiscono alla mobilitazione internazionale “16 giorni di attivismo contro la violenza sulle donne” rinnovando il proprio impegno di sensibilizzazione attraverso la campagna “Non ci siamo tutte, manca una di noi”. 

Oltre a sensibilizzare sulla realtà di un fenomeno che rimane in gran parte nel segreto delle mura domestiche, le associazioni sottolineano la necessità di rimanere all’erta per poter cogliere gli appelli delle possibili vittime poiché chiunque ha un’alta probabilità di conoscere una donna che vive quotidianamente una forma di violenza di genere, sia essa evidente o nascosta.

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Anziane per il clima: una dichiarazione insufficiente e ambigua del Consiglio Federale

Anziane per il clima: una dichiarazione insufficiente e ambigua del Consiglio Federale

Fonte: https://www.isdh.ch/it/isdu/attualita/comunicati-stampa/medienmitteilung-klimaseniorinnen-28-08-2024

Friburgo, 28.8.2024. Dopo il Parlamento, anche il Consiglio federale si è pronunciato oggi sulla decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) sul caso «Anziane per il clima». La sua dichiarazione riafferma l’appartenenza della Svizzera alla Corte europea dei diritti dell’uomo, senza però riconoscere esplicitamente il carattere vincolante delle sue sentenze. L’istituzione svizzera per i diritti umani (ISDU) è preoccupato del fatto che il Consiglio federale non pianifichi ulteriori misure per proteggere i diritti umani di fronte alla crisi climatica. L’esecuzione della sentenza resta quindi insufficiente, come probabilmente confermerà il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa.

Nella sua decisione odierna il Consiglio federale riconosce che «la [Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU)] e l’adesione al Consiglio d’Europa (…) sono di grande importanza per la Svizzera». L’ISDU accoglie favorevolmente questa posizione.

Tuttavia, come nella dichiarazione del Parlamento dello scorso giugno, è preoccupante che il carattere vincolante delle sentenze della Corte europea – pur essendo un aspetto fondamentale del sistema di tutela dei diritti umani in Europa – non sia stato esplicitamente confermato.

L’ISDU è preoccupato inoltre della critica del Consiglio federale nei confronti di un’ «interpretazione estensiva della CEDU da parte della Corte europea». Ciò contraddice in parte il sostegno annunciato dal Consiglio federale alla Corte di Strasburgo. La Convenzione è uno strumento vivo: ciò risulta chiaramente dalla giurisprudenza della Corte. È anche una condizione necessaria affinché i diritti umani rispondano efficacemente alle sfide del nostro tempo. Rifiutare questa idea rende quantomeno ambiguo il sostegno del Consiglio federale alla Corte.

Misure insufficienti che potrebbero indebolire la posizione della CEDU

Inoltre, la posizione del Consiglio federale secondo cui «la Svizzera soddisfa i requisiti della sentenza in materia di politica climatica» difficilmente si concilia con il sostegno mostrato alla Corte di Strasburgo. Al contrario, questa affermazione potrebbe nuocere nel prossimo futuro alla posizione della CEDU in Svizzera.

È infatti prevedibile che le misure annunciate non soddisferanno il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, l’organismo incaricato di garantire l’applicazione delle sentenze della Corte europea da parte degli Stati membri. Probabilmente il Comitato dei Ministri chiederà alla Svizzera ulteriori misure, ad esempio un budget per la CO2.

Misure aggiuntive che saranno prevedibilmente molto impopolari a livello politico. Assumendo impegni minimi per l’attuazione della sentenza, il Consiglio federale esercita un’ulteriore pressione sull’adesione della Svizzera alla CEDU. Rafforza inoltre la posizione degli attori che chiedono di prendere le distanze o addirittura di lasciare la Corte europea dei diritti dell’uomo. 

Stefan Schlegel, direttore dell’Istituzione svizzera per i diritti umani, ha dichiarato: «Nei tempi difficili che ci attendono, invitiamo tutti gli attori politici a mantenere la protezione che la CEDU offre alla popolazione svizzera, indipendentemente dal fatto che siano d’accordo o in disaccordo con la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo sul caso «Anziane per il clima». Dalla sua ratifica avvenuta 50 anni fa, la CEDU ha influenzato notevolmente la legislazione e la giurisprudenza svizzera, a cominciare dalla Costituzione. Il suo valore per la tutela quotidiana dei nostri diritti umani è inestimabile. »

Contesto

Il 9 aprile 2024 la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo si è pronunciata contro la Svizzera sul caso «Anziane per il clima». Il 5 e il 12 giugno rispettivamente il Consiglio degli Stati e il Consiglio nazionale hanno dichiarato che la Svizzera sta già facendo abbastanza in materia climatica per attuare la sentenza. Adottando questa posizione, l’Assemblea federale ha messo in dubbio il carattere vincolante delle sentenze della Corte europea.

Leggere il comunicato stampa del 12 giugno 2024

In questa occasione il direttore dell’ISDU Stefan Schlegel ha dichiarato: «Il Consiglio federale rappresenta la Svizzera nel Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa. Tocca ora a lui limitare i danni e riaffermare davanti al Consiglio d’Europa che la Svizzera riconosce effettivamente il carattere vincolante delle sentenze della Corte». È evidente che tale impegno oggi non è stato assunto con la necessaria chiarezza.
A proposito dell’ISDU  

L’istituzione svizzera per i diritti umani (ISDU) è l’istituzione nazionale per i diritti umani in Svizzera. Disciplinato dalla legge federale e basato sui Principi di Parigi, è finanziato dalla Confederazione e dai Cantoni, ma opera in completa indipendenza. La missione dell’ISDU è la protezione e la promozione dei diritti umani in Svizzera. Svolge questo compito attraverso attività di documentazione, ricerca, consulenza e sensibilizzazione. L’ISDU è stato fondato nel 2023 e dispone di un team stipendiato dal 2024.

Leggere il dossier informativo per i media 

Contatti 

Noémi Manco, responsabile della comunicazione (FR, EN, IT)
+41 26 505 44 44
media@isdh.ch

Stefan Schlegel, direttore (DE, FR, EN)
+41 26 505 44 41


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Lettera aperta CEDU 2

Lettera aperta CEDU

Lettera aperta della società civile

Impegno per la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) rafforza i nostri diritti e ci protegge dalle decisioni arbitrarie degli Stati. È la custode della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

La stragrande maggioranza della popolazione sostiene questa importante istituzione: nel 2018, l’iniziativa per l’autodeterminazione, che mirava alla CEDU, è stata chiaramente respinta. Oggi, la CEDU è di nuovo sotto attacco – dal Parlamento – a causa di una sentenza che non piace a certi parlamentari. Siamo costernati.

In una lettera aperta, chiediamo al Parlamento e al Consiglio federale di agire responsabilmente.

La lettera aperta

Signore e signori responsabili politici,

Seguiamo con grande preoccupazione il dibattito politico attuale in Svizzera riguardo alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).

La CEDU è l’istituzione internazionale più importante per la protezione dei diritti umani nel mondo e anche per la Svizzera. L’effetto protettivo di questo organismo giuridico si basa sul fatto che le sentenze della Corte sono vincolanti. La CEDU rafforza i nostri diritti e ci protegge contro l’arbitrio dello Stato.

Oggi, questo sistema di protezione è politicamente attaccato attraverso il nostro Parlamento. Indignati per una decisione della CEDU che non è politicamente gradita a tutti, un numero allarmante di parlamentari si mostra disposto a minare questa importante istituzione di salvaguardia dei diritti umani e, di conseguenza, i diritti dei cittadini svizzeri.

Il messaggio inviato è populista nella sua essenza. Si preoccupa apparentemente della legittimità pubblica della Corte, ma è proprio questa legittimità che viene minata. Coloro che mettono in discussione le decisioni della CEDU invocano la separazione dei poteri, ma la calpestano facendo del Parlamento il tribunale della Corte. Trasformano in tabù ciò che è invece il compito principale della CEDU: essere il custode e l’ispiratore dei nostri diritti umani.

Il fatto che le sentenze della CEDU non piacciano a tutti i politici è insito nel lavoro della Corte: se tutto fosse fatto correttamente in materia di diritti umani nel paese da cui provengono i ricorrenti, non ci sarebbero sentenze. La CEDU non esiste per compiacere i parlamenti e i governi. Esiste affinché i cittadini di questi paesi possano far valere i loro diritti umani in un luogo il più indipendente possibile.

La CEDU non è in conflitto con la democrazia diretta svizzera, anzi. Per vivere insieme in pace, è necessario stabilire regole comuni. È su questa idea che si fonda il nostro paese e che si basa il diritto internazionale. Un quadro in cui i diritti umani sono validi per tutti e possono essere applicati a nuove sfide come il cambiamento climatico è una condizione preliminare per il dibattito vivo e polifonico che è alla base di una sana democrazia.

La polemica attuale indebolisce la Corte e la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), di cui essa è custode. Indebolisce i cittadini dei 46 Stati membri della Convenzione. Legittima i movimenti estremisti che si oppongono al quadro internazionale di protezione dei diritti umani e normalizza la loro richiesta di denunciare la CEDU. In un’epoca in cui i diritti umani sono sotto pressione e dovrebbero essere rafforzati, la reazione dei politici fa soprattutto il gioco di coloro che vogliono indebolire questi diritti. Gli autocrati, i politici autoritari e i populisti di tutta Europa si serviranno con gioia della Dichiarazione svizzera contro i diritti umani nella loro sfera di influenza.

Chiediamo quindi al Parlamento e al Consiglio federale di agire responsabilmente. Nel 2018, gli svizzeri hanno chiaramente respinto alle urne, con il 66,2%, l’iniziativa “per l’autodeterminazione”, che era diretta contro la CEDU. La maggioranza della popolazione sostiene questa importante istituzione di salvaguardia dei diritti umani. Desideriamo che i responsabili politici facciano altrettanto.

Organizzazioni associate

Amnesty International Schweiz
Greenpeace
humanrights.ch
Klima-Allianz Schweiz
Fondazione Diritti Umani
Alliance Sud
Brava
Peace Watch Switzerland
Inclusion Handicap
Thinkpact Zukunft
CIEL
Campax
Dialogai
Ligue Suisse des Droits de l'Homme
NGO post Beijing
Ärztinnen und Ärzte für Umweltschutz
Foulards Violets

Primi firmatari

  • Helen Keller (ex giudice svizzero presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo)
  • Tarek Naguib (Coordinatore della Piattaforma delle ONG svizzere per i diritti umani)
  • Chiara Simoneschi-Cortesi (ex presidente del Consiglio nazionale – Il Centro)
  • Thomas Cottier (Professore emerito di diritto economico europeo e internazionale, Università di Berna)
  • Stefan Haupt (Regista)
  • Nesa Zimmermann (Professore assistente, Università di Neuchâtel)
  • Guillaume Lammers (Avvocato, docente)
  • Fanny De Weck (Avvocato)
  • Niccolò Raselli (ex giudice)
  • Aurélien Barakat (Avvocato, Presidente della Federazione svizzera delle imprese, Sezione di Ginevra)
  • Fanny Barakat (Copresidente della Federazione romanda dei consumatori, Sezione di Ginevra)
  • Joëlle Fiss (Esperta in diritti umani, Deputata del PLR al Gran Consiglio ginevrino)
  • Philippe Kenel (Avvocato)
  • Cécile Bühlmann (ex consigliere nazionale, ex direttore dell’Organizzazione femminista per la pace, ex vicepresidente della CFR)
  • Remigio Ratti (ex Consigliere nazionale, presidente onorario Coscienza Svizzera)
  • Andrea Huber (Attivista per i diritti umani, consulente politica, ex direttrice della campagna contro “l’iniziativa per l’autodeterminazione”)
  • Paolo Bernasconi (Professore di diritto e avvocato)
  • Mark Balsiger (Direttore del Movimento Courage Civil)
  • Ulrich Gut (Giornalista, Direttore della pubblicazione PolitReflex)
  • Hans-Peter Fricker (ex membro dell’Assemblea costituente di Zugo – PLR)
  • Marianne Aeberhard (Direttrice humanrights.ch)
  • Henry Both (Assistente sociale e co-iniziatore della campagna “Fattore di protezione D”)
  • Julia Meier (Responsabile del lavoro politico Brava)
  • Sylvia Egli von Matt (ex direttrice della Scuola svizzera di giornalismo MAZ)
  • Markus Notter (ex consigliere di Stato, cantone di Zurigo)
  • Rudolf Wyder (Membro del comitato direttivo della Piattaforma Svizzera-Europa)
  • Christoph Siegrist (ex pastore del Grossmünster, Zurigo)
  • Stefanie Trautweiler (Giornalista, responsabile dell’Europe’s Human Rights Watchdog)
  • Jörg Paul Müller (Professore emerito)

La tua organizzazione vorrebbe unirsi a questa lettera?

Invia un messaggio a cedh@operation-libero.ch.


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Bozza automatica 1

Anziane per il clima, la CEDU condanna la Svizzera

Fonte: https://www.cdt.ch/news/anziane-per-il-clima-la-cedu-condanna-la-svizzera-348304

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha dato ragione all’associazione che accusa la Confederazione per violazione dei diritti umani in ambito ambientale: non ha preso sufficienti misure per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici

I 17 giudici della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo hanno preso una decisione sulla causa promossa dall’associazione «Anziane per il clima Svizzera»: la Svizzera è stata condannata per violazione dei diritti umani in ambito ambientale.

È la prima volta che la CEDU si occupa della responsabilità degli Stati nella protezione climatica. La Svizzera è stata condannata per aver violato segnatamente l’articolo 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, ovvero il diritto al rispetto della vita privata e familiare, in quanto non ha preso sufficienti misure per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Una sentenza emessa a seguito di un ricorso presentato da 2.500 donne che denunciavano «l’incapacità delle autorità svizzere di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici», che  hanno un impatto negativo sulle condizioni di vita e di salute.

Con una maggioranza di 16 voti contro uno – riferisce Le Monde –, la CEDU ha stabilito nel caso svizzero una violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare ai sensi della Convenzione sui diritti umani e, all’unanimità, una violazione dell’articolo 6 sull’accesso a un tribunale. La Corte ha affermato che l’articolo 8 sancisce il diritto a una protezione effettiva da parte delle autorità statali contro i gravi effetti negativi del cambiamento climatico sulla vita, la salute, il benessere e la qualità della vita. La Corte ha quindi ritenuto che l’associazione avesse il diritto di intraprendere un’azione legale per conto delle persone che potevano affermare che le loro condizioni di vita e di salute erano minacciate dal cambiamento climatico. Tuttavia, nel caso dei quattro singoli richiedenti, la CEDU ha stabilito che non soddisfano i criteri per lo status di vittima e quindi ha dichiarato le loro domande irricevibili.

La sentenza della CEDU

Il caso

La vicenda aveva avuto inizio nel mese di ottobre del 2016, quando 459 donne in età AVS avevano chiesto al Consiglio federale di mettere fine alle sue «omissioni» in materia di protezione del clima, facendo in modo che la Svizzera desse il suo contributo a contenere l’aumento delle temperature nel limite di 1,5 gradi.

La CEDU doveva decidere se la Svizzera avesse violato la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in particolare il diritto alla vita e il diritto al rispetto della vita privata e familiare, non facendo abbastanza per combattere il riscaldamento globale (il mese di marzo ha segnato un nuovo record come mese più caldo a livello globale).

La richiesta era stata trasmessa al Dipartimento dell’ambiente, allora diretto da Doris Leuthard. Berna, nel 2017, aveva deciso di non entrare nel merito, ritenendo che né l’associazione né le quattro cittadine avessero la facoltà di presentare una simile denuncia, non essendo più colpite dal riscaldamento globale rispetto al resto della popolazione.

Il doppio no dei tribunali

Il Tribunale amministrativo federale (2018) aveva confermato questa decisione. Per poter agire, i cittadini devono essere sufficientemente colpiti nei loro diritti dalle azioni o dalle omissioni delle autorità, avevano stabilito i giudici di San Gallo. Anche il Tribunale federale (2020) aveva risposto picche. Di qui il ricorso a Strasburgo, per stabilire se sono stati violati i diritti alla vita, al rispetto della vita privata e familiare e alla salute contenuti nella Convenzione dei diritti dell’uomo. Secondo la legale delle ricorrenti, la britannica Jessica Simor, le donne in età avanzata stanno già soffrendo per gli effetti del cambiamento climatico e la Svizzera non sta facendo abbastanza per combattere l’aumento delle temperature, che nella Confederazione «è doppio rispetto alla media globale». Il caldo, aveva detto, «uccide», perché aumenta il rischio di problemi renali, attacchi d’asma, disturbi cardiovascolari e provoca sintomi particolarmente acuti negli anziani, soprattutto fra le donne. Di qui la richiesta alla Corte di ordinare alla Svizzera l’adozione di contromisure.

Da parte sua, il rappresentante legale del Governo elvetico Alain Chablais aveva detto che la Svizzera era vittima di un processo alle intenzioni. Respingendo le accuse mosse dalle ricorrenti, il legale aveva elencato le misure adottate contro il cambiamento climatico. A suo parere la Corte europea dei diritti dell’uomo «non è destinata a diventare il luogo in cui vengono decise le politiche nazionali in materia di protezione del clima».

Niente da fare per la Francia

Strasburgo ha per contro respinto il ricorso, giudicandolo irricevibile, inoltrato dall’ex sindaco ecologista di Grande-Synthe (Nord della Francia), Damien Carême, che chiedeva di condannare il governo francese per inazione climatica. Carême ha attaccato le «carenze» dello Stato francese, sostenendo in particolare che esse hanno messo la città sulla costa del Mare del Nord a rischio di inondazioni. Nel 2019, quale singolo cittadino e in qualità di sindaco, aveva già sottoposto la questione al Consiglio di Stato. Il più alto tribunale amministrativo si era pronunciato a favore del Comune, ma aveva respinto la sua richiesta individuale, inducendolo a rivolgersi alla CEDU. «Vedere la mia città sommersa tra 30 anni è insopportabile», aveva dichiarato Damien Carême, spiegando di voler «porre fine al letargo» e al «rifiuto dello Stato di agire». Carême non è stato riconosciuto come vittima, ha dichiarato la presidente della CEDU, Siofra O’Leary, che ha invece condannato la Confederazione per lo stesso motivo.

Lo stesso esito è stato raggiunto nella terza causa intentata da un gruppo di sei cittadini portoghesi di età compresa tra i 12 e i 24 anni, che si sono mobilitati dopo i terribili incendi che hanno devastato il loro Paese nel 2017. Il ricorso era diretto contro il loro Paese e contro tutti gli altri Stati dell’Unione europea, oltre a Norvegia, Svizzera, Turchia, Regno Unito e Russia, trentadue Paesi in tutto. Poiché i ricorrenti non avevano esaurito le vie di ricorso disponibili in Portogallo, la loro domanda non soddisfaceva le condizioni di ammissibilità, ha spiegato la presidente della Corte nel pronunciare la decisione a Strasburgo.

Fonte: https://www.cdt.ch/news/anziane-per-il-clima-la-cedu-condanna-la-svizzera-348304


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#TIVEDO – Sharp Eyes on China

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La Fondazione Diritti Umani organizza una rassegna di eventi dalla prospettiva dei Diritti Umani, con un focus sulle relazioni fra la Svizzera e la Cina.

#TIVEDO si pone il compito di informare, sensibilizzare e mobilitare la comunità internazionale sulle violazioni dei Diritti Fondamentali


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7 marzo - A Dark Place

#hatespeech – Giornaliste nel mirino: 7 marzo 2023

Benvenuto di Teresa Ribeiro, Rappresentante OSCE per la Libertà dei mezzi di informazione

Signore e Signori, vi do un caloroso benvenuto a questa proiezione cinematografica e vi auguro una buona serata da Vienna!

Apprezzo molto l’opportunità di partecipare a questo evento in occasione della Giornata Internazionale della Donna e sono lieta di presentarvi il nostro documentario ‘A Dark Place’ sulla violenza online nei confronti delle giornaliste. Il film è stato presentato in anteprima a dicembre 2018 a Vienna ed è un’iniziativa del mio ufficio insieme all’International Press Institute ed è parte del nostro progetto volto a rafforzare la sicurezza delle giornaliste online (Safety of Female Journalists Online, SOFJO).

Innanzitutto, vorrei ringraziare gli organizzatori dell’evento: Lugano Film Festival, Fondazione Diritti Umani, Amnesty International e Syndicom, per aver organizzato la proiezione del film documentario e per aver incluso una tavola rotonda con esperti che lavorano specificamente sulla sicurezza delle giornaliste.

Nonostante l’aumento della consapevolezza e degli sforzi da parte della società civile, dei media, dei governi e della comunità internazionale, la sicurezza dei giornalisti rimane pertinente – e dobbiamo continuare e persino aumentare i nostri sforzi. Certamente (il tema) rimane in cima alla mia agenda.

La libertà dei media può esistere solo quando i giornalisti – tutti i giornalisti, a prescindere dal loro sesso o da altre identità – sono al sicuro per svolgere il loro lavoro, per indagare, per riferire, per fare luce su questioni che vengono intenzionalmente tenute all’oscuro e per chiedere conto a chi detiene il potere.

Nel mondo digitale di oggi, le donne giornaliste corrono un rischio particolare: essere attaccate come giornaliste e come donne. Il nostro documentario ‘A Dark Place’ mette in evidenza l’impatto che tali attacchi online, molestie e disinformazione hanno sulla singola donna presa di mira. Come questi attacchi impediscono la sua capacità di lavorare, di esprimersi liberamente e di impegnarsi online. Mostra anche come questi attacchi vadano oltre il livello individuale, come minino i progressi verso l’uguaglianza di genere, come ostacolino il giornalismo pluralistico e l’impatto che hanno su ciò che i giornalisti riportano, su chi può parlare, su quali prospettive vengono riportate e così via. In breve, come gli attacchi online basati sul genere hanno un impatto sulla pluralità: la diversità delle voci, delle storie e delle informazioni.

Quello che volevamo evidenziare nel documentario ‘A Dark Place’ è che l’abuso online crea un luogo buio per le persone prese di mira e colpite, ma lascia anche noi come società al buio, in quanto restringe il panorama dell’informazione e dei media.

Uno studio globale condotto dall’UNESCO e dall’International Center for Journalists ha confermato che quasi tre quarti delle giornaliste subiscono abusi online – e il 20% ha riferito di essere stata presa di mira con attacchi offline collegati a una precedente violenza online. Questo è allarmante. Dobbiamo agire.
Dobbiamo basarci su ciò che è stato identificato come possibile soluzione.

Nell’ambito del nostro progetto Sicurezza delle giornaliste, stiamo attualmente sviluppando le Linee guida per il monitoraggio della violenza online contro le giornaliste, fornendo un sistema di monitoraggio e di segnalazione più sistematico, con un approccio sensibile e rispondente alle esigenze di genere. Questo nuovo strumento aiuterà a rilevare, prevedere e, in ultima analisi, a prevenire l’escalation della violenza online contro le giornaliste, in situazioni ancora più gravi sia online che offline.

Spero che il nostro documentario ‘A Dark Place’ e le discussioni di questa sera contribuiscano ad aumentare la consapevolezza e l’urgenza del nostro lavoro per rafforzare la sicurezza digitale delle giornaliste, nell’interesse di un maggiore pluralismo e della libertà dei media per tutti.

Vi auguro una serata cinematografica interessante e stimolante!

7 marzo - A Dark Place 2

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Giornata internazionale contro la violenza sulle donne 2022

25 novembre - Insieme contro la violenza sulle donne

“Non ci siamo tutte, manca una di noi”

Lugano, 18 novembre 2022 – In Svizzera si stima che il 40% delle donne (circa due donne su 5) subisce o ha subito violenza fisica o psicologica nel corso della sua vita. In occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne 2022, Amnesty International con il proprio gruppo DAISI – Donne Amnesty International della Svizzera Italiana – e Fondazione Diritti Umani Lugano tornano ad agire insieme e ad essere presenti sul territorio con la campagna “Non ci siamo tutte, manca una di noi”.

La sensibilizzazione viaggia con la popolazione

A partire da lunedì 21 novembre la campagna di sensibilizzazione “Non ci siamo tutte, manca una di noi” sarà presente a bordo di mezzi di trasporto pubblici in diverse regioni del Cantone: Trasporti Pubblici Luganesi, Ferrovie Autolinee Regionali Ticinesi FART, Autopostale Bellinzona e dintorni e Autolinee Mendrisiensi.

La campagna “Non ci siamo tutte, manca una di noi” vuole ricordare simbolicamente la donna che quel giorno non può essere presente e muoversi liberamente sul territorio per svolgere le attività del quotidiano perché relegata in casa in seguito a una violenza fisica e/o psicologica o perché ospedalizzata o addirittura uccisa durante un episodio di violenza.

Una campagna internazionale

I cartelli informativi (vedi fotografia allegata) riprendono il colore arancione della campagna di sensibilizzazione delle Nazioni Unite, “16 giorni di attivismo contro la violenza sulle donne”. Il periodo dal 25 novembre al 10 dicembre è stato scelto dall’ONU per creare un legame simbolico tra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne (25 novembre) a quella dei Diritti umani (10 dicembre), e creare presa di coscienza tra la popolazione.

La campagna per i 16 giorni di attivismo contro la violenza sulle donne di Amnesty International e Fondazione Diritti Umani Lugano si concluderà proprio in occasione della Giornata internazionale dei Diritti Umani, con il convegno sui Diritti Fondamentali che si terrà il 10 dicembre 2022 all’Auditorium USI a partire dalle 9.00. (seguirà comunicazione).

Con l’azione “Non ci siamo tutte, manca una di noi” Amnesty International Svizzera, il suo gruppo DAISI e Fondazione Diritti Umani Lugano, vogliono sensibilizzare il maggior numero di persone al tema della violenza domestica portando i contatti utili direttamente tra le persone in viaggio attraverso il Ticino.

Numeri utili

Sui manifesti affissi in bus e autopostali è infatti ben visibile un codice QR che permette di visualizzare una pagina web che raccoglie i principali numeri utili della Svizzera Italiana ai quali rivolgersi per ottenere aiuto in caso di violenza domestica. Questi contatti figurano anche per esteso sul verso del manifesto, così da poter essere facilmente e discretamente fotografati da chiunque possa ritenere utile avere sempre a portata di mano queste informazioni, per condividerle con un’amica potenzialmente a rischio o semplicemente per avere la sicurezza di sapere chi chiamare in caso di necessità.

“Le 717 infrazioni in ambito domestico registrate dalla Polizia cantonale nel 2021 non lasciano spazio ai dubbi: la violenza domestica, che nella maggior parte dei casi colpisce le donne, è una realtà anche in Ticino,” afferma Gabriela Giuria, responsabile Fondazione Diritti Umani Lugano e attivista DAISI, “Sappiamo che per le vittime chiedere aiuto può essere estremamente difficile, dal profilo pratico e psicologico. Se la campagna “Non ci siamo tutte, manca una di noi” farà si che una donna in difficoltà chieda sostegno avremo raggiunto il nostro obiettivo.”

La violenza sulle donne ha mille volti. Impara a riconoscerli!

Violenza fisica: non si parla solo di gravi percosse ma anche di strattoni, sberle e negazione della libertà.

Violenza sessuale: qualsiasi atto sessuale che avviene senza il tuo consenso esplicito, anche da parte del tuo partner, è una forma di violenza! Il tuo corpo è solo tuo e nessuno ha il diritto di violarlo!

Violenza psicologica: insulti, denigrazione, coercizione, ma anche più semplicemente venir sminuite e attaccate sulle proprie insicurezze come l’aspetto fisico, l’intelletto o la simpatia. Dover chiedere al partner il permesso di uscire con le amiche è una forma di violenza!

Violenza economica: qualsiasi comportamento che arreca un danno economico alla persona, come non poter esercitare una professione, avere un accesso ristretto alle risorse finanziarie della coppia o non ricevere i dovuti alimenti in caso di separazione.

La violenza sulle donne è una sconfitta per tutti!

La violenza contro le donne è una violenza contro la società intera. È un problema che riguarda tutti:  oggi ne è vittima la tua vicina, domani potrebbe toccare a tua figlia. Bisogna sviluppare una cultura di prevenzione e sensibilizzazione, e insegnare alle nuove generazioni l’importanza del rispetto e dell’ingiustizia del sistema patriarcale che permette tutt’oggi tali atrocità. Soltanto unendoci potremo sradicare la violenza sistematica contro le donne!

È parlandone che ti puoi salvare!

Solo 1 donna su 5 riporta i casi di violenza subiti. Spesso abbiamo paura che denunciando i fatti, diventiamo ancora più vulnerabili alla violenza. Ma è solo informando i nostri cari, le nostre amiche e chiedendo aiuto alle associazioni ed enti specializzati che potremo metterci in salvo!