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Il 2021 è stato dichiarato l'Anno internazionale per l'eliminazione del lavoro minorile

Il 2021 è stato dichiarato l’Anno internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile

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Che cos’è il lavoro minorile: Il lavoro minorile è definito dalle norme internazionali del lavoro come l’attività lavorativa che priva i bambini e le bambine della loro infanzia, della loro dignità e influisce negativamente sul loro sviluppo psico-fisico.
Il lavoro minorile comprende varie forme di sfruttamento e abuso spesso causate da condizioni di povertà, dalla mancata possibilità di istruzione, da situazioni economiche e politiche in cui i diritti dei bambini e delle bambine non vengono rispettati. Esso nega ai bambini il diritto di andare a scuola, la possibilità di giocare e di godere dei loro affetti.

Quali sono le cause del lavoro minorile?

Spesso i bambini sono costretti a lavorare perché la loro sopravvivenza e quella delle loro famiglie dipende dal loro lavoro, perché i loro genitori non hanno accesso a un lavoro dignitoso, i sistemi d’istruzione e protezione sociale sono deboli e perché gli adulti approfittano della loro vulnerabilità. Il lavoro minorile molto spesso è il risultato di convinzioni e tradizioni radicate nelle società come, ad esempio la convinzione che il lavoro sia un bene peri bambini perché li aiuta a crescere e a sviluppare le loro abilità, o la tradizione secondo la quale i bambini debbano seguire le orme dei loro genitori e imparare il loro mestiere in tenera età, e l’esistenza di tradizioni che spingono le famiglie povere a contrarre debiti che vengono riscattati attraverso il lavoro minorile.

Secondo le stime dell’OIL tra il 2000 e il 2016 c’è stata una diminuzione del 38% del lavoro minorile a livello globale. Inoltre quasi 100 milioni di bambini sono stati affrancati dal lavoro minorile negli ultimi 20 anni. Tuttavia la diffusione della pandemia di COVID-19 minaccia di invertire i progressi raggiunti. Per molti bambini e le loro famiglie, la pandemia ha causato l’interruzione dei percorsi di educazione, istruzione e formazione, ha portato a malattie familiari e alla perdita del reddito familiare.

Anno Internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile

L’iniziativa: L’OIL ha lanciato l’Anno Internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile.

La risoluzione che proclama il 2021 come Anno internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile è stata adottata all’unanimità dell’Assemblea Generale dell’ONU nel 2019 per sollecitare i governi ad adottare le misure necessarie per promuovere il lavoro dignitoso e raggiungere l’Obiettivo 8.7 previsto dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile.

Gli obiettivi principali della risoluzione sono porre fine al lavoro minorile entro il 2025, porre fine al lavoro forzato, al traffico di esseri umani e alla schiavitù moderna entro il 2030, accelerare il progresso per raggiungere questo obiettivo.

Con l’Obiettivo 8.7 dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, tutti i Paesi si sono impegnati ad adottare misure immediate per eliminare le peggiori forme di lavoro minorile entro il 2025. L’ILO ha lanciato insieme ai suoi partner l’ “Alleanza 8.7 ”, un’alleanza mondiale per porre fine al lavoro minorile, al lavoro forzato, alla schiavitù moderna e alla tratta degli esseri umani.

Fonte: Organizzazione Internazionale del Lavoro- Anno Internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile

https://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/—europe/—ro-geneva/—ilo-rome/documents/publication/wcms_768873.pdf


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Polonia, in vigore la legge che vieta l'aborto. Le donne tornano in piazza 1

Polonia, in vigore la legge che vieta l’aborto. Le donne tornano in piazza

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La promulgazione è stata decisa all’improvviso ma il movimento femminile non si arrende: manifestazioni in più di 20 città

Le donne polacche tornano in strada contro la legge che limita il diritto all’aborto. Grandi manifestazioni indette dal movimento Strajk Kobiet, (letteralmente, sciopero delle donne) si sono tenute in almeno venti città dopo che il governo ha annunciato pubblicazione e simultanea entrata in vigore con valore di legge della sentenza della Corte costituzionale che vieta  l´aborto, salvo in caso di incesto, stupro o pericolo per la vita della madre.

L’ondata di protesta è stata lanciata da Strajk Kobiet con appelli su Facebook e sugli altri social media. “Si annuncia una notte difficile”, ha affermato Klementyna Suchanow, una delle due leader del movimento insieme a Marta Lempart.

Il governo, mercoledì pomeriggio, aveva annunciato che la legge sarebbe entrata in vigore in serata praticamente in contemporanea con la sua pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale: una pubblicazione che era stata a lungo rinviata, facendo sperare in un compromesso. Ora si torna al confronto muro contro muro.

La sentenza della Corte suprema risale al 22 ottobre scorso: dichiarava anticostituzionale in quanto non conforme agli articoli della Legge fondamentale sulla protezione della vita del nascituro ogni tipo di aborto, eccetto le interruzioni di gravidanza chieste da donne vittima di incesto o stupro, o nel caso che si profili un pericolo per la vita della madre. Illegale anche l´interruzione di gravidanza nel caso di malformazioni gravi e letali del feto e di problemi sanitari tali da implicare l´inevitabile morte post parto del neonato.

Da allora Strajk Kobiet è nato ed è presto divenuto il più importante movimento di opposizione della società civile. “Se il governo ha scelto l’inferno per le donne, noi cucineremo un inferno per questo governo”, ha detto Suchanow invitando le donne a scendere nuovamente in piazza dopo le proteste di novembre.

In Polonia, prima della svolta decretata dalla Corte suprema, secondo dati ufficiali si sono avuti in media duemila aborti legali ogni anno, comprese quindi interruzioni di gravidanza decise per malformazioni letali del nascituro, ora proibite. Media indipendenti e ong calcolano d´altra parte in oltre 200mila gli aborti effettuati clandestinamente, o effettuando viaggi in uno dei Paesi vicini (Germania, Repubblica Ceca, Nord Europa) dove l’interruzione di gravidanza è permessa. Le restrizioni ai viaggi imposte dalla pandemia rendono tali viaggi difficilissimi o impossibili.

Confermando la linea dura, Jaroslaw Kaczynski, ex premier e leader del partito conservatore Diritto e Giustizia aveva colto pochi giorni fa l’occasione del suo discorso alla messa in memoria della  madre Jadwiga affermando che “la Polonia è sotto attacco del Demonio, oggi col movimento contro il diritto alla vita e gli attivisti Lgbt come nel 1939 con i nazisti e nel dopoguerra col comunismo”.

Fonte: https://www.repubblica.it/esteri/2021/01/27/news/legge_aborto_polonia_manifestazioni-284532662/


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Nella scuola l'inclusione come un faro

Nella scuola l’inclusione come un faro

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«La differenza, se c’è, è piuttosto un problema nostro, di adulti. Lo sguardo dei ragazzi è uno sguardo che non etichetta». Non potrebbe essere più chiaro, Paolo Iaquinta, per illustrare la sua visione di diversità, di integrazione ed inclusione nel contesto scolastico. A Minusio, sede di Scuola media di cui è direttore, è partito quest ’anno in una classe di prima un progetto inclusivo che favorisce una riflessione a tutto campo sul tema e sulla sua evoluzione nella scuola ticinese.

Questione di attitudine
«Inclusione – dice Iaquinta – non è soltanto strutture, quindi dare un 120%, con un buon docente di pedagogia speciale e un valido appoggio con un secondo docente; non è soltanto avere delle tecniche di differenziazione pedagogica. È, in primo luogo, un’attitudine dell’insegnante, una visione del mondo. Quello stesso mondo fatto di tante persone diverse che convivono in una società unica. Ogni singola classe è una piccola società, che allo stesso modo deve e può accogliere persone diverse fra loro».

Sviluppo di competenze: nessun pregiudizio

Paolo Iaquinta ricorda uno studio del Centro innovazione e ricerca sui sistemi educativi (Cirse) della Supsi, secondo cui «per un allievo di scuola ordinaria il fatto di essere inserito in una classe inclusiva non pregiudica assolutamente lo sviluppo di competenze. Questo ci ha fatto
molta forza, anche per andare a parlare con i genitori, i quali iscrivono i loro figli ad una Scuola media, non ad una Scuola media inclusiva».

Mengoni: ‘Disabilità, cambiato il paradigma’

Secondo il capo della Sezione della pedagogia speciale Mattia Mengoni, «in tema di disabilità, da tempo è cambiato il paradigma: la disabilità non appartiene più alla persona, ma si esprime attraverso il contesto che essa frequenta. Quindi quanto più è accogliente un ambiente, tanto meno emergono determinate caratteristiche intese come difficoltà e tanto più favoriamo lo svolgimento di un’attività». È quindi fondamentale, per Mengoni, «chiedersi cosa può fare il contesto per rendersi più accessibile.
E questo vale anche per la scuola. Non è più sufficiente una dimensione integrativa ancorata già alla vecchia Legge del ’75, ma si punta su diverse forme di sostegno.

‘Per fare passi avanti bisogna crederci’

Un’altra questione è centrale: quella legata al territorio di appartenenza. A molte classi inclusive appartengono ragazzi slegati da quella specifica realtà. «Idealmente, se si parla di inclusione, bisognerebbe partire dal presupposto che l’inclusione si fa nel proprio Comune di domicilio, o almeno nel proprio comprensorio – ammette Mengoni –. Il fatto è che il numero di allievi e la disponibilità delle sedi, per questioni di numeri e di sensibilità storica, non permette ancora di creare dei gruppi con un’attinenza territoriale.

Più si sarà in grado di organizzare un sistema scolastico che risponde al proprio interno aquesti bisogni, «tanto più riusciremo a garantire che ogni Scuola media risponda alle esigenze degli allievi del proprio comprensorio.

Importantissimo, infine, è «pensare all’inclusione come a una misura didattica valutabile e implementabile, e non unicamente come una questione ideologica».

Fonte:

https://www4.ti.ch/fileadmin/DECS/DS/SPS/documenti/Nella_scuola_l_inclusione_come_un_faro_La_Regione_17.11.2020.pdf


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Non ha accolto i migranti: la corte Ue condanna l'Ungheria 2

Non ha accolto i migranti: la corte Ue condanna l’Ungheria

Il diritto dell’Unione è stato violato in vari punti, secondo la sentenza

BRUXELLES – «L’Ungheria è venuta meno agli obblighi del diritto dell’Unione europea in materia di procedure di riconoscimento della protezione internazionale e di rimpatrio di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare».

Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea in una sentenza pubblicata oggi. In particolare ha violato del diritto dell’Unione per «la limitazione dell’accesso alla procedura di protezione internazionale, il trattenimento irregolare dei richiedenti in zone di transito nonché la riconduzione in una zona frontaliera di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, senza rispettare le garanzie della procedura di rimpatrio».

La Corte ha di fatto accolto la parte essenziale del ricorso per inadempimento presentato dalla Commissione europea contro l’Ungheria. Ed ha stabilito che «è venuta meno al proprio obbligo di garantire un accesso effettivo alla procedura di riconoscimento della protezione internazionale, in quanto i cittadini di paesi terzi che desideravano accedere, a partire dalla frontiera serbo-ungherese, a tale procedura si sono trovati di fronte, di fatto, alla quasi impossibilità di presentare la loro domanda».

Per la Corte è poi una violazione delle norme europee anche «l’obbligo imposto ai richiedenti protezione internazionale di rimanere in una zona di transito durante l’intera procedura di esame della loro domanda», che «costituisce un trattenimento».

Infine, l’Ungheria è venuta meno agli obblighi della direttiva “rimpatrio”, «in quanto la normativa ungherese consente di allontanare i cittadini di paesi terzi il cui soggiorno nel territorio è irregolare senza rispettare preventivamente le procedure e le garanzie previste da tale direttiva».

Fonte:https://www.tio.ch/dal-mondo/cronaca/1481286/unione-ungheria-procedura-diritto-ue


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BARÇA: GRIEZMANN INTERROMPE LA COLLABORAZIONE CON HUAWEI A SOSTEGNO DEGLI UIGURI

Barça: Griezmann interrompe la sua collaborazione con Huawei a sostegno degli Uiguri

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L’attaccante francese del Barcellona Antoine Griezmann ha annunciato giovedì la fine della sua collaborazione con la società cinese Huawei, sospettata di aver istituito un sistema di riconoscimento facciale per gli uiguri, perseguitati in Cina.

Dopo la storica interruzione della partita PSG-Basaksehir di martedì sera in Champions League, questa è un’altra dichiarazione forte da parte di un personaggio del mondo del calcio. Un noto giocatore: Antoine Griezmann. L’attaccante francese del Barcellona ha annunciato giovedì, in un comunicato stampa, che “terminerà immediatamente” la sua collaborazione con la società cinese Huawei, a sostegno della comunità uigura, perseguitata in Cina.

“Invito Huawei non solo a negare queste accuse, ma ad agire per condannare al più presto questa repressione”.

“A seguito dei forti sospetti che Huawei abbia contribuito allo sviluppo di un programma di ‘Allarme uiguro’ utilizzando un software di riconoscimento facciale, annuncio che sto mettendo immediatamente fine alla mia partnership con questa azienda”, spiega il campione del mondo.

“Colgo l’occasione per invitare Huawei non solo a negare queste accuse, ma ad agire concretamente il più presto possibile per condannare questa repressione di massa e per usare la sua influenza per contribuire al rispetto dei diritti umani e delle donne nella società.”

Fonte: https://rmcsport.bfmtv.com/football/barca-en-soutien-aux-ouighours-griezmann-rompt-son-partenariat-avec-huawei-2016820.html


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L'UE adotta un regime di sanzioni individuali in stile "Magnitsky" per gravi violazioni dei diritti umani 1

L’UE adotta un regime di sanzioni individuali in stile “Magnitsky” per gravi violazioni dei diritti umani

Il 7 dicembre 2020, l’UE ha adottato formalmente un regolamento che prevede un nuovo regime di sanzioni individuali in stile “Magnitsky” per gravi violazioni dei diritti umani, solo un paio di giorni prima del 10 dicembre – Giornata delle Nazioni Unite per i diritti umani. Il passo, a 72 anni dall’adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani, dovrebbe dare un contributo significativo al progresso generale dei diritti umani, rafforzando la capacità della comunità internazionale di rendere gli individui responsabili di decisioni o azioni che portano a gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani.

Il nuovo Eu Global Human Rights Sanctions Regime conferisce all’UE il potere di congelare fondi e risorse economiche e di imporre divieti di circolazione alle persone coinvolte in gravi violazioni dei diritti umani, tra cui genocidio, schiavitù, tortura, esecuzioni extragiudiziali, arresti o detenzioni arbitrari. Anche altre violazioni o altri abusi dei diritti umani possono rientrare nel campo di applicazione del regime sanzionatorio qualora tali violazioni o abusi siano diffusi, sistematici o comunque motivo di seria preoccupazione per quanto concerne gli obiettivi di politica estera e di sicurezza comune stabiliti dal trattato (articolo 21 Tue). Spetterà al Consiglio, su proposta di uno Stato membro o dell’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, stabilire, rivedere e modificare l’elenco delle sanzioni.

Il primo “Global Magnitsky Act” (cosiddetto perché può essere utilizzato per affrontare le violazioni dei diritti umani commesse ovunque) è stato firmato dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama nel 2012, ed è stato originariamente utilizzato per colpire i funzionari russi ritenuti responsabili della morte dell’avvocato fiscale russo Sergei Magnitsky. Da allora gli Stati Uniti sono stati raggiunti nell’istituzione di tali regimi di responsabilità dal Canada, dagli Stati Baltici e dal Regno Unito.

Si dice che anche altri paesi, tra cui il Giappone e l’Australia, stiano prendendo in considerazione tali provvedimenti. In particolare, il 6 dicembre 2020, la Commissione parlamentare bi-partisan degli affari esteri dell’Australia ha raccomandato all’unanimità al governo di approvare un Magnitsky Act australiano e ha incluso un progetto di proposta legislativa a sostegno della sua raccomandazione, gettando le basi affinché l’Australia diventi il 35° Paese ad adottare un tale regime di sanzioni per i diritti umani.

Un Magnitsky Act dell’UE (anche se non si chiamerà così perché l’UE non vuole che la Russia sia vista come il solo bersaglio) è particolarmente potente, considerando il peso economico globale del blocco, e poiché molti responsabili di gravi violazioni dei diritti umani (ad esempio politici, ufficiali dell’esercito, capi della polizia, finanzieri, uomini d’affari corrotti) hanno conti bancari e/o seconde case in Europa.

Nel 2018 i Paesi Bassi hanno iniziato a muoversi verso un regime sanzionatorio dell’UE. Parlando con i suoi colleghi europei di allora, il ministro degli Esteri olandese Stef Blok ha osservato che, mentre la comunità internazionale ha fatto enormi progressi nel campo dei diritti umani dall’adozione della Dichiarazione universale, resta il fatto che, dopo sette decenni, i diritti umani siano sotto pressione nella maggior parte del mondo. In gran parte perché, ha sostenuto, coloro che commettono terribili abusi dei diritti umani spesso “la fanno franca”.

“Come ci ha detto Eleanor Roosevelt”, dobbiamo sempre chiederci “come possiamo continuare a rafforzare il sistema dei diritti umani […] Le regole sono regole”, come dice il detto olandese. “Ma solo se infrangere le regole ha delle conseguenze”.

Gli otto membri del Consiglio nordico – Danimarca, Finlandia, Islanda, Svezia, Norvegia, Isole Faroe, Groenlandia e Åland – hanno inoltre indicato che aderiranno al nuovo regime di sanzioni individuali dell’UE.

Fonte: https://www.universal-rights.org/uncategorized/eu-adopts-magnitsky-style-individual-sanctions-regime-for-grave-human-rights-violations/


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Gli Stati Uniti bloccano le importazioni di cotone dello Xinjiang a fronte del "lavoro degli schiavi" uiguri

Gli Stati Uniti bloccano le importazioni di cotone dello Xinjiang a fronte del “lavoro degli schiavi” uiguri

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Gli Stati Uniti hanno bloccato le importazioni dalla regione cinese dello Xinjiang, dove un milione di musulmani uiguri sono detenuti nei campi di lavoro.

La US Customs and Border Protection Agency (Dogane e Polizia di Frontiera degli Stati Uniti), mercoledì ha dichiarato che il suo ‘Withhold Release Order’, ovvero la trattenuta dell’ordine di rilascio, avrebbe messo al bando tutti i prodotti in cotone provenienti dal Corpo di Produzione e Costruzione cinese nello Xinjiang, uno dei maggiori produttori cinesi, ha riferito la Reuters.

Il divieto di importazione del cotone è dovuto al fatto che la Cina continui a suscitare in tutto il mondo denunce rispetto alle sue politiche nella regione dello Xinjiang, dove, secondo Amnesty International, quasi un milione di musulmani uiguri sono detenuti nei campi di lavoro.

Il Dipartimento della Sicurezza interna degli Stati Uniti sostiene che i centri nello Xinjiang siano gestiti come ‘campi di concentramento’.

“I prodotti di cotone a buon mercato che si possono acquistare per la famiglia e gli amici durante questo periodo di regali – se provenienti dalla Cina – potrebbero essere stati fatti con il lavoro degli schiavi attraverso alcune delle più gravi violazioni dei diritti umani esistenti oggi nel mondo “, ha detto il Segretario del Dipartimento della Sicurezza Interna, Kenneth Cuccinelli.

Pechino ha difeso con fermezza la sua politica dicendo che i piani di formazione, i programmi di lavoro e una migliore istruzione hanno contribuito a debellare l’estremismo, accusando gli Stati Uniti di ‘fabbricare notizie false del cosiddetto lavoro forzato e di tentare di opprimere le attività economiche dello Xinjiang’.

Fonte: https://www.middleeastmonitor.com/20201204-us-blocks-xinjiang-cotton-imports-over-uyghur-slave-labour/

https://videos.files.wordpress.com/alQZyTgu/201204_trn_us-blocks-cotton-imports-xinjiang_cbm_1_dvd.mp4

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I diritti delle persone con disabilità in formati accessibili

I diritti delle persone con disabilità in formati accessibili

Le persone con disabilità devono conoscere i propri diritti

Nel 2014 si sono celebrati i dieci anni della legge sui disabili (LDis). Nello stesso anno è entrata in vigore in Svizzera la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (CDPD). Questi due eventi hanno offerto all’Ufficio federale per le pari opportunità delle persone con disabilità (UFPD) l’occasione per convertire in diversi formati accessibili alle persone con disabilità, in collaborazione con il Centro di competenza per le pubblicazioni ufficiali (CPU) della Cancelleria federale, i più importanti atti giuridici nazionali e internazionali che le concernono.

Nella lingua dei segni

Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (CDPD)

Numerose persone non udenti hanno come «lingua madre» la lingua dei segni. Per questo motivo spesso faticano a capire testi più complessi scritti e/o letti ad alta voce. I video in lingua dei segni pubblicati in Internet permettono di eliminare le barriere nella comunicazione. Contenuti difficilmente comprensibili diventano così facilmente accessibili anche alle persone non udenti.

In linguaggio semplificato

Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (CDPD) (PDF, 200 kB, 28.07.2015)

Legge sui disabili (LDis) (PDF, 284 kB, 28.07.2015)

Alcune persone faticano a capire le informazioni scritte, ad esempio perché presentano disabilità cognitive o difficoltà di apprendimento. L’uso del linguaggio semplificato permette di produrre testi che possono essere compresi facilmente. Questo tipo di linguaggio si fonda su regole linguistiche e redazionali particolari e su raccomandazioni tipografiche.

Documenti PDF senza barriere

Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (CDPD) (PDF, 250 kB, 28.07.2015)

Legge sui disabili (LDis) (PDF, 131 kB, 28.07.2015)

Ordinanza sui disabili (ODis) (PDF, 123 kB, 28.07.2015)

Spesso gli screen reader – i programmi che «leggono» lo schermo utilizzati dalle persone non vedenti – non riescono a leggere i documenti PDF, poiché non sono stati redatti nel rispetto delle regole dell’accessibilità. Queste regole, infatti, permettono di produrre un file PDF senza barriere accessibile anche ai non vedenti e agli ipovedenti grazie ad appositi sistemi informatici. Questi sistemi – come il lettore di PDF VIP-PDF Reader concepito per i portatori di handicap visivi – estraggono il testo e lo riproducono su una superficie amichevole per l’utente. Qui può essere visualizzato a piacimento, modificando ad esempio il tipo, lo stile o la dimensione del carattere, il colore del testo o dello sfondo, la spaziatura dei caratteri o l’interlinea.

Fonte: https://www.admin.ch/gov/it/pagina-iniziale/diritto-federale/ricerca-e-novita/10-jahre-behig.html

Cosa vuol dire inclusione delle persone disabili?

Ognuno deve essere trattato in maniera eguale, così che le persone disabili abbiano gli stessi diritti e opportunità delle persone abili.

Chi sono le persone abili? Guarda questo video per scoprirlo.


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Auto Draft

Rinvio di un ragazzo gambiano omosessuale: la CEDU riprende la Svizzera.

In una sentenza emessa recentemente, la Corte europea per i diritti umani (CEDU) critica la Svizzera per aver voluto rinviare un ragazzo gambiano omosessuale. Questa sentenza dimostra chiaramente l’inadeguatezza della prassi che la Svizzera applica nei confronti dei richiedenti asilo LGBTQI.

Nel caso specifico trattasi di un ragazzo gambiano stabilitosi in Svizzera da qualche tempo. Dopo che la sua domanda d’asilo gli è stata negata a più riprese avrebbe dovuto lasciare la Svizzera nel 2018 in seguito alla decisione finale del Tribunale Federale. Nella sua sentenza del 17 novembre 2020 la CEDU ritiene che la decisione di rinviarlo dalla Svizzera ha violato il divieto alla tortura come sancisce l’articolo 3 della Convenzione. Si ritiene che la Svizzera non ha verificato a sufficienza l’incolumità del richiedente in relazione alla sua omosessualità in caso di rinvio nel suo paese d’origine. La CEDU rimprovera in particolare la Svizzera di non aver verificato se le autorità locali sarebbero state disponibili ed in grado di contrastare eventuali pericoli provenienti da situazioni non governative.

L’Organizzazione svizzera per l’aiuto ai rifugiati (OSAR) accoglie molto favorevolmente questa sentenza e ritiene che per decidere sul rinvio non è sufficiente valutare solo la situazione giuridica e l’applicazione della legge di un paese ma bisogna anche verificare se i richiedenti l’asilo sono protetti ed al sicuro nei confronti di qualsiasi forma di pericolo anche non governativo e/o privato. Secondo l’OSAR questo caso illustra le carenze generali della Svizzera in materia d’asilo nei confronti delle persone LGBTQI. L’esistenza di leggi che reprimono l’omosessualità nei paesi d’origine dei richiedenti asilo non è sufficiente per ottenere la protezione in Svizzera. Per poterne beneficiare le persone LGBTQI devono poter rendere credibile che il rinvio nei loro paesi d’origine li espone direttamente in pericolo. Le autorità svizzere nelle loro indagini, partono dal presupposto che le persone LGBTQI non hanno nulla di cui temere nei loro paesi d’origine fintanto che “non si fanno notare” e dissimulano il loro orientamento sessuale o la loro identità di genere. OSAR a più riprese ha criticato questo modo di fare delle autorità svizzere. Secondo le direttive internazionali, l’organizzazione fa notare che non si tratta di determinare se le persone in cerca di protezione possono continuare a vivere “discretamente” nei loro paesi d’origine in caso di ritorno, ma quello che potrebbe succeder loro se la loro identità venisse scoperta. L’OSAR considera l’identità sessuale come parte integrante dell’identità della persona e ritiene che essa non debba in alcuna circostanza essere repressa o messa in discussione.

Per riconoscere i motivi di fuga degli LGBTQI e garantirne i diritti d’asilo dei richiedenti d’asilo LGBTQI, l’OSAR ed altre organizzazioni hanno stilato, un po’ di tempo fa, una guida per i rappresentanti giuridici. Quest’opera contiene anche dei consigli sull’accoglienza, l’alloggio e la cura dei richiedenti asilo LGBTQI.

Fonte: https://www.osar.ch/publications/news-et-recits/renvoi-dun-gambien-homosexuel-la-cedh-reprimande-la-suisse


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“Controllava tutto di me”

“Controllava tutto di me”

La violenza fisica e quella psicologica nella testimonianza di una donna, vittima per due volte

Due matrimoni: uno segnato dalle botte e l’altro da una forma di maltrattamento psicologico. La violenza contro le donne può manifestarsi in molti modi all’interno di una relazione di coppia. Bruna (che ci ha chiesto di non usare il suo vero nome) è stata due volte una vittima di questo fenomeno. In occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ha accettato di raccontare quanto ha patito, per spingere altre potenziali vittime a rompere il silenzio.

È stato dopo esserne uscita, per due volte, che la mostra “Parole posate” l’anno scorso ha aperto in lei una nuova breccia. Al centro del lavoro dell’artista ticinese Marco Meier c’era proprio la violenza domestica. Sul libro delle dediche, Bruna aveva lasciato un lungo messaggio firmato, con un suo recapito di posta elettronica. Oggi ci spiega perché e i contorni delle vicende dietro quelle parole.

“Le botte puoi nasconderle agli amici, ai parenti, però non a te stessa. Invece con il maltrattamento psicologico rischi per anni di restare in quella situazione e di non capirla nemmeno” ha spiegato alle Cronache della Svizzera italiana. Il primo marito ha alzato le mani una volta sola ed è bastato per dire basta. Bruna era poco più che ventenne e aveva una figlia di pochi mesi, ha sporto denuncia ed è stata ospite di una casa per mamme in difficoltà. Anni dopo si è risposata e solo dopo alcuni anni di matrimonio si è accorta che le critiche che l’allora coniuge le faceva continuamente, controllandola di continuo, non facevano parte di una relazione sana. Minata nell’autostima, ha avuto risvolti anche fisici. “Mi criticava sempre. Controllava tutto di me. Ti distrugge anche più delle botte, me ne sono resa conto solo dopo aver letto molti libri. Ti fa mettere in dubbio chi sei, quello che sai fare, il tuo valore”.

Romina Lara

Fonte: https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/“Controllava-tutto-di-me”-13631263.html?fbclid=IwAR1QCauCARim3HD24ckFMOC7EcuOoRWD8PlIIuyLDqVgztMGuaUGIfJkFK8