‘Bambini uccisi, mutilati, deportati. È un genocidio’
La denuncia di Bring Kids Back to Ukraine, che collabora anche con la Svizzera. Storie di giovanissimi strappati al proprio Paese, se non alla vita
La denuncia di Bring Kids Back to Ukraine, che collabora anche con la Svizzera. Storie di giovanissimi strappati al proprio Paese, se non alla vita
di Roberto Antonini per LaRegione.
Può certamente sorprendere la disinvoltura con la quale parte dell’opinione pubblica, degli intellettuali e della classe politica è pronta a rinunciare a una delle grandi conquiste democratiche. Basterebbe tuttavia leggere o rileggere ‘Il Rinoceronte’, pièce teatrale scritta alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso da Eugène Ionesco, per ricordarci quanto fragile da sempre sia la difesa della nostra libertà e quanto breve sia il passaggio che conduce dalla resistenza alla resa.
Di fronte a un’epidemia di ‘rinocerontite’, il protagonista Berenger si ritrova ad essere l’unico a non cedere alla metamorfosi da essere umano in pachiderma cornuto. Cupa metafora quanto mai attuale: con in testa gli Stati Uniti dell’abbietto Trump, il ruolo oppressore che schiaccia i diritti fondamentali avanza a ritmo incalzante. Senza incontrare grandi resistenze.
Washington assedia il Venezuela, minaccia la Danimarca, bombarda l’Iran o la Nigeria, impone agli stranieri che entrano in territorio statunitense di mostrare la cronologia di cinque anni sui profili social, dieci anni di email, numeri di telefono, Thierry Breton, commissario europeo che ha avuto l’ardire di stillare le direttive (Dsa) che limitano i poteri dei tecnomonarchi Dsa, si vede precisare l’entrata negli Stati Uniti; Mosca applaude, ammicca l’estrema destra, sonnecchiano i liberali, ma anche gran parte della sinistra è poco reattiva. Il fascino per autocrati e dittatori non conosce frontiere.
Nel ‘Discorso sulla servitù volontaria’, a metà Cinquecento Étienne de la Boétie sosteneva che il potere tirannico poteva esser esercitato solo fintanto che i sudditi lo permettevano. Con narrazioni arzigogolate, vertiginose arrampicate sugli specchi, oggi si trovano sempre buonsensuali e fini più facili nella lunga tradizione sofistica per giustificare violazioni dei diritti fondamentali, soffocamento delle libertà, ma pure invasioni, guerre e massacri. Sono abbastanza rari quanti – come il filosofo marxista sloveno Slavoj Žižek (Trump e il fascismo liberale) – riescono a mantenere saldo il timone per denunciare i nuovi ‘fascismi’ in salsa americana, russa o, nella sua forma razziale e oggi più atroce, israeliana. Ben più frequenti sono i sentimenti preconcetti, le gabbie mentali, che si nutrono di buffi distinguo (‘Sì, è vero, però non bisogna dimenticare che…’, e via con una valanga di pretesti e ghiribizzi) per spiegarci che Netanyahu è un criminale, ovvio, ma non Putin. O viceversa.
Scegliere il modello X: capitalismo e consumismo sfrenati, regime di sorveglianza, la libertà ormai ridotta a un lusso optional. L’Europa al momento resiste al grande fascino dispotico. Eppure anche il nostro edificio vacilla: la forza centrifuga dei sovranismi lo minaccia, ed è forte la pressione delle lobby, come quella tenace che in Italia vorrebbe imbavagliare le critiche allo stato ebraico mettendole fuori legge, assimilando antisionismo ad antisemitismo.
Bruxelles sanziona l’ex colonnello svizzero Jacques Baud, Baud, che piace al Cremlino (ospite regolare di Russia Today, mentre molti giornalisti russi marciscono in carcere), e autore di sconce e mendaci tesi complottiste a uso dei boccaloni da social. La libertà di opinione può avere dei limiti. Vero. Però la censura deve rimanere l’ultima ratio. In democrazia zittire è segno di debolezza, non di forza.:
Fonte: https://www.laregione.ch/opinioni/commento/1893497/liberta-anni-forza-puo-diritti
A partire da lunedì 24 novembre Amnesty International Svizzera e Fondazione Diritti Umani Lugano torneranno inoltre con la propria campagna di sensibilizzazione “Non ci siamo tuttə, manca unə di noi”, che prevede l’affissione di manifesti nelle stazioni di Bellinzona, Biasca, Mendrisio, Locarno-Muralto e Lugano.
La campagna di sensibilizzazione, proposta in varie declinazioni negli scorsi anni, si prefigge di toccare il maggior numero di persone, rendendole attente alla realtà insidiosa e circondata dal silenzio della violenza domestica, mettendo inoltre contemporaneamente a disposizione delle persone toccate contatti potenzialmente salvavita disponibili in Ticino.
Sui manifesti è infatti ben visibile un codice QR che permette di accedere a una pagina dove sono raccolti i principali numeri utili della Svizzera Italiana in materia di violenza domestica. Queste informazioni fondamentali possono così essere facilmente e discretamente accessibili per chiunque ritenga utile averle a portata di mano, per condividerle con un’amica a rischio o per sapere a chi rivolgersi in caso di necessità.
“Non possono esserci ambiguità: nessuno è al riparo dalla violenza di genere. Le cifre parlano chiaro: si stima che in Svizzera durante la propria vita circa due donne su cinque debbano confrontarsi con una relazione sentimentale segnala dalla violenza, sia essa fisica o psicologica. Tra le amiche o le conoscenti di ognuno di noi probabilmente c’è una donna che vive una relazione abusiva,” afferma Gabriela Giuria di Fondazione Diritti Umani Lugano. “Attraverso questa campagna speriamo di raggiungere queste donne, far sapere loro che esiste una rete, un sostegno concreto per accompagnarle e permettere loro di scrivere un nuovo capitolo della propria vita, nel quale possono essere libere da paura e violenze.
Prevista dall’Onu e voluta dal Parlamento federale, metterà in rete rappresentanti della società civile per sorvegliare sugli abusi in Svizzera
23 Maggio 2023, di Red.Svizzera
È stato un cammino lungo e accidentato, quello che oggi ha portato alla nascita dell’Istituzione nazionale per i diritti umani (Indu). L’introduzione di tale organismo indipendente è infatti prevista da principi Onu adottati nel 1993; in Svizzera era stata approvata dal Parlamento federale nel 2019, mentre un progetto pilota, il Centro svizzero di competenza per i diritti umani, era già attivo dal 2011. Ora, dopo lunghe discussioni su competenze e budget, come altri 120 Paesi «anche la Svizzera potrà fare affidamento su un ente capace di vigilare concretamente sul rispetto dei diritti umani, mettendo in rete le competenze delle organizzazioni non governative e della società civile che vi parteciperanno e coordinandosi con le istituzioni», spiega Gabriela Giuria Tasville, responsabile dello sviluppo progetti presso la Fondazione Diritti Umani di Lugano.
Scopi dell’Indu: «Denunciare, promuovere, proteggere». Ovvero individuare sul nostro territorio «situazioni in cui a oggi i diritti umani non sono pienamente rispettati oppure esistono zone d’ombra, così da ovviare al problema suggerendo soluzioni organizzative e legislative».
Il Consiglio federale precisa in un comunicato che le funzioni dell’Indu “comprenderanno l’informazione e la documentazione, la ricerca, la consulenza, l’educazione e la sensibilizzazione in materia di diritti umani nonché lo scambio internazionale. Il mandato affidatole coprirà sia questioni interne riguardanti i diritti umani sia questioni relative all’attuazione degli obblighi internazionali in materia di diritti umani in Svizzera. L’Indu non svolgerà mansioni amministrative, non fungerà da mediatrice e non si occuperà di singoli casi”.
Un cantiere con un budget limitato a un milione di franchi annui, che però potrebbe a sua volta stimolare lo sviluppo di nuovi strumenti a livello cantonale.
A chi obietterà che certi organismi servono solo a mettere i bastoni tra le ruote alla polizia, alla Segreteria di Stato della migrazione (Sem) e affini, Giuria risponde che «si tratta piuttosto di collaborare e di trovare soluzioni comuni a problemi reali che investono l’intera società, aiutandosi a vicenda». L’approccio mette dunque in primo piano «la condivisione, non lo scontro. Ad esempio, dall’ultimo rapporto delle Nazioni unite emergono anche in Svizzera problemi importanti di razzismo strutturale, problemi che è nell’interesse di tutti risolvere in modo costruttivo e duraturo. Quello che auspichiamo è uno sforzo comune di garantismo e legalità per le molte categorie vulnerabili, che peraltro si intrecciano in maniera intersezionale: migranti, donne, bambini…».
Da parte sua, anche il Consiglio federale spiega che “l’indipendenza di questa nuova istituzione le consentirà di cooperare non solo con le autorità a tutti i livelli statali, ma anche con le organizzazioni non governative, l’economia privata, il settore della ricerca e le organizzazioni internazionali”. Dovrebbero essere inizialmente sette le persone impiegate dall’Indu su casi e dossier diversi, mantenendo sedi e relazioni in più università.
Fonte: https://www.laregione.ch/svizzera/svizzera/1670211/diritti-svizzera-federale-istituzione-nazionale
Pubblicato da Naufraghi.ch di Lucia Greco
Nel dominio del diritto internazionale, il contrasto al terrorismo ha assunto un approccio di tipo settoriale. Numerose sono infatti le convenzioni che regolano determinate fattispecie, dal dirottamento degli aerei, alla presa degli ostaggi, alla sicurezza della navigazione marittima, fino al terrorismo nucleare. Non esiste tuttavia una convenzione generale che regoli la materia. Il tentativo del Comitato istituito nel 1996 dall’Assembla Generale delle Nazioni Unite, di elaborare tale convenzione generale contro il terrorismo, si arenò infatti innanzi al mancato accordo tra gli Stati sulla definizione di terrorismo internazionale. Il maggiore ostacolo che ancor oggi si impone al consenso tra le parti, riguarda l’esclusione da tale definizione di atti di violenza attuati contro obiettivi legittimi alla luce del diritto internazionale umanitario in tempo di conflitto armato, ovvero contro i cosiddetti obiettivi militari, le caserme, le armi o altri bersagli bellici. Ulteriori punti di scontro riguardano l’esenzione pretesa da alcuni Stati degli atti di violenza perpetrati in lotte di liberazione nazionale e del terrorismo di stato. Nondimeno, una serie di dichiarazioni, convenzioni e risoluzioni internazionali susseguitesi nel tempo hanno contribuito a delineare una definizione di terrorismo generalmente condivisa. A livello europeo la direttiva 2017/541 fornisce ad esempio una dettagliata lista di reati di terrorismo. Iil tentativo di redigere una convenzione generale resta comunque incompiuto.
Il terrorismo internazionale è considerato dunque un “treaty crime”, cioè un crimine oggetto di repressione da parte di convenzioni, e non da parte del diritto internazionale generale. Riprova di ciò è la mancata inclusione del terrorismo tra i crimini di competenza della Corte Penale Internazionale, la quale è appunto competente nel giudicare i cosiddetti crimini internazionali, ovvero il genocidio, i crimini contro l’umanità, l’aggressione e i crimini di guerra. A tal proposito, resta oggetto di dibattito la decisione interlocutoria del 2011 del tribunale speciale per il Libano. Quest’ultimo, incaricato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU di perseguire i reati correlati all’assassinio di Rafiq al-Hariri secondo la legge libanese, ha infatti affermato, contravvenendo all’opinione prevalente, che gli atti di terrorismo che presentino elementi di transnazionalità, e che quindi coinvolgano più di un paese, se commessi in tempo di pace possono qualificarsi quali crimini internazionali alla luce del diritto internazionale consuetudinario.
All’indomani degli attacchi dell’11 settembre, con la risoluzione 1368 del 12 settembre 2001 il Consiglio di Sicurezza si inserì quale protagonista nel contrasto al terrorismo internazionale, affermando per la prima volta in modo ufficiale che considerava questi attacchi, così come qualunque atto di terrorismo internazionale, una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale. Segue un’ulteriore risoluzione fondamentale, la 1373 del 28 settembre 2001, che estende a tutti gli Stati membri ONU gli obblighi di contrasto al finanziamento al terrorismo previsti dalla convenzione in materia del 1999. Quest’interventismo del Consiglio di Sicurezza risponde alla necessità di fronteggiare situazioni emergenziali a livello internazionale per le quali le Convenzioni sarebbero risultate insufficienti in quanto ratificate da un numero limitato di Stati.
I sistemi di tutela dei diritti umani, come la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e il Patto internazionale sui diritti civili e politici, si sono spesso dovuti confrontare con violazioni commesse dagli Stati, nonché connesse con le sanzioni adottate dal Consiglio di sicurezza e giustificate dagli obblighi positivi a carico degli Stati di proteggere la popolazione dagli atti di terrorismo. Per evitare di incorrere in violazioni ripetute di diritti umani, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha in più occasioni ribadito che le leggi e le politiche antiterrorismo devono essere circoscritte ai reati che corrispondono alle caratteristiche riconducibili alla lotta al terrorismo internazionale come identificate dal Consiglio di Sicurezza nella risoluzione 1566 del 2004. Quest’ultima definisce “terroristici” quegli atti criminali, in particolare quelli diretti contro i civili, che abbiano l’intento di causare morte o lesioni gravi, o la presa di ostaggi allo scopo di seminare terrore tra la popolazione o un gruppo di persone, con lo scopo di intimidirle o costringere un governo o un’organizzazione internazionale a compiere un atto o ad astenersi dal farlo. Al contrario, l’adozione di definizioni eccessivamente ampie di terrorismo in apposite leggi nazionali volte a contrastarne il fenomeno pone il rischio, laddove tali leggi e misure limitino il godimento dei diritti e delle libertà, di violare i principi di necessità e proporzionalità che disciplinano l’ammissibilità di qualsiasi restrizione ai diritti umani. Molte perplessità, in questo senso, ha destato l’adozione nel giugno 2021 della legge federale svizzera che ha ampliato le misure di polizia per la lotta al terrorismo. La definizione nebulosa di terrorismo contenuta in tale legge, infatti, ha creato i presupposti per un’applicazione arbitraria di sanzioni che potrebbero risultare in violazioni dei diritti umani, determinando un pericoloso precedente a livello internazionale.
Colpevole. La giuria del tribunale di Minneapolis ha emesso un verdetto di colpevolezza per l’ex agente di polizia Derek Chauvin, per tutti e tre i reati di omicidio dei quali era stato accusato nel caso di George Floyd. La giuria del tribunale di Minneapolis ha trovato all’unanimità Chauvin responsabile di aver ucciso il 46enne afroamericano Floyd lo scorso maggio, soffocandolo dopo averlo ammanettato. Una decisione attesa da un Paese in grande ansia, in una vicenda-simbolo delle tensioni razziali e delle polemiche sul comportamento della polizia nei confronti della comunità di colore. Giurati, avvocati e accusato sono rientrati nel pomeriggio in aula in vista della lettura del verdetto. Una decisione rapida, meno di due giorni di deliberazioni, che aveva fatto presagire una decisione di colpevolezza. Subito dopo la rapida lettura del verdetto, reato per reato, il giudice ha ringraziato i giurati e li ha congedati.
Il vicepresidente Kamala Harris ha a sua volta affermato che “il problema dell’ingiustizia sociale non è un problema solo degli americani neri e di colore. E’ un problema di ogni americano. Ci impedisce di rispettare la promessa di libertà e giustizia per tutti e di realizzare il nostro potenziale”. E con Biden ha chiesto un cammino di riforme. La riforma citata della polizia, approvata dalla Camera, vieta tecniche di strangolamenti, crea standard nazionali per le pratiche di ordine pubblico, una banca dati sugli agenti accusati di abusi, revisioni nell’ampia dottrina della “immunità qualificata” che mette i poliziotti automaticamente al riparo da accuse se le loro azioni sono dichiarate in buona e non violano chiaramente diritti costituzionali o stabiliti da statuti. Si chiama George Floyd Justice in Policing Act. Ma è passata senza alcun voto repubblicano e due defezioni democratiche e rimane ferma al Senato.
La polizia americana è finita particolarmente sotto i riflettori. Per carenze di addestramento, che spesso varia nelle realtà locali e non oltre sei mesi (a Minneapolis dura 16 settimane), periodi molto più ridotti rispetto agli standard europei. Come per una storica cultura di abusi e discriminazione contro le minoranze. I critici sottolineano poi la perdurante tendenza alla militarizzazione delle forze dell’ordine, nelle tattiche e negli arsenali. E una lunga tradizione di impunità per gli agenti accusati di violenza a volte letale. La cronaca ha continuato a riportare episodi di controverso uso di forza letale da parte di agenti, anche nell’area metropolitana di Minneapolis: nei giorni scorsi il 20enne afroamericano Daunte Wright è stato ucciso da un agente per una infrazione al codice stradale nel sobborgo di Brooklyn Central. L’agente ha sostenuto di aver usato per errore la pistola invece del taser.
Fonte immagine: https://www.einsteinvimercate.edu.it/blog/click/judge-jury-and-executioner-george-floyd-e-la-questione-americana/
L’economia circolare si contraddistingue per il fatto che le materie prime vengono utilizzate in modo efficiente e il più a lungo possibile. Se si riesce a chiudere il ciclo dei materiali e dei prodotti, le materie prime possono continuare a essere riutilizzate – a beneficio non solo dell’ambiente, ma anche dell’economia svizzera.
L’economia circolare, chiamata anche «circular economy», si differenza dai processi produttivi lineari tuttora diffusi. In un sistema economico di tipo lineare, si lavorano le materie prime e si fabbricano, vendono, consumano e gettano prodotti (cfr. grafico seguente). È un modus operandi che comporta scarsità di materie prime, emissioni, ingenti quantità di rifiuti e il conseguente inquinamento ambientale.

Figura 1: Rappresentazione schematica del sistema economico lineare
© UFAM
Nell’economia circolare, invece, i prodotti e i materiali vengono mantenuti all’interno del ciclo (frecce verdi nel grafico sottostante), per cui si consumano meno materie prime primarie rispetto a un sistema economico lineare. Al contempo, il valore dei prodotti si conserva più a lungo nel tempo e si generano meno rifiuti.
L’economia circolare rappresenta un approccio integrato che tiene conto dell’intero ciclo: dall’estrazione delle materie prime alla progettazione, fabbricazione e distribuzione di un prodotto, fino alla sua fase di utilizzo – che dev’essere quanto più lunga possibile – e al riciclaggio. Per far sì che prodotti e materiali rimangano all’interno di questo circuito, occorre un cambiamento di mentalità da parte di tutti i soggetti coinvolti.

Figura 2: Rappresentazione schematica dell’economia circolare
© UFAM
Sin dalla metà degli anni Ottanta la Svizzera, nazione povera di materie prime, persegue una politica volta alla realizzazione di un’economia circolare – e da allora è riuscita a chiudere, almeno in parte, alcuni cicli. Nel 2018, ad esempio, dei 17,5 milioni di tonnellate di materiali di risulta quali calcestruzzo, ghiaia, sabbia, asfalto e laterizio, circa 12 milioni sono stati riciclati. Oltre 5 milioni di tonnellate, soprattutto di materiale di demolizione misto, non rientravano ancora in un ciclo di recupero. Sul fronte dei rifiuti urbani, poco più della metà viene raccolto separatamente e riciclato. L’elevata percentuale di riciclaggio della Svizzera, tuttavia, va letta alla luce dell’imponente quantità di rifiuti generata entro i confini nazionali. Non esiste praticamente nazione in cui si registri un simile volume di rifiuti urbani rapportato al numero di abitanti.
C’è ancora parecchio da fare se si vuole rafforzare il principio dell’economia circolare. Fibre tessili, materiali edili, materie plastiche e rifiuti biogeni, ad esempio, in futuro potrebbero essere recuperati in una percentuale maggiore. Da alcuni anni ormai le aziende prendono sempre più in considerazione il principio dell’economia circolare nella loro attività.
Per il buon funzionamento dell’economia circolare, è fondamentale anche il ruolo svolto dai consumatori, che possono contribuire al cambiamento adottando uno stile di consumo sostenibile e utilizzando i prodotti il più a lungo possibile. È altresì compito loro adoperarsi affinché i prodotti vengano maggiormente condivisi, riutilizzati, riparati e ripristinati – e infine anche far sì che quelli non più utilizzabili vengano raccolti e smaltiti in modo differenziato. Un ruolo parimenti centrale nell’evoluzione verso una maggiore economia circolare spetta ai servizi d’acquisto degli enti pubblici federali, cantonali o comunali e ai servizi corrispondenti dell’economia privata.
Greenpeace Giappone condanna con forza la decisione del governo guidato dal Primo ministro Suga di disporre lo scarico nell’Oceano Pacifico di oltre 1,23 milioni di tonnellate di acqua reflua radioattiva stoccata in cisterne della centrale nucleare di Fukushima Daiichi. Questa decisione ignora completamente i diritti umani e gli interessi della gente di Fukushima e in generale del Giappone e della parte di Asia che si affaccia sul Pacifico.
La Tokyo Electric Power Company (TEPCO) può dunque avviare lo scarico di rifiuti radioattivi dalla sua centrale nucleare in mare. Secondo quanto è stato anticipato, ci vorranno due anni per preparare lo scarico.
«Il governo giapponese ha ancora una volta deluso i cittadini di Fukushima», dichiara Kazue Suzuki della campagna clima ed energia di Greenpeace Giappone. «Il governo ha preso la decisione del tutto ingiustificata di contaminare deliberatamente l’Oceano Pacifico con acqua radioattiva. Ha ignorato sia i rischi legati all’esposizione alle radiazioni che l’evidenza della sufficiente disponibilità di stoccaggio dell’acqua contaminata nel sito nucleare e nei distretti circostanti. Invece di usare la migliore tecnologia esistente per minimizzare i rischi di esposizione a radiazioni immagazzinando l’acqua a lungo termine e trattandola adeguatamente per ridurre la contaminazione, si è deciso di optare per l’opzione più economica, scaricando l’acqua nell’Oceano Pacifico
Quanto deciso dal governo non proteggerà di certo l’ambiente e trascura l’opposizione su larga scala e le preoccupazioni di cittadini e cittadine di Fukushima, al pari di chi abita in tutto il Giappone.
I relatori speciali delle Nazioni Unite per i diritti umani – sia nel giugno 2020 che a marzo 2021 – hanno avvertito il governo giapponese che lo scarico dell’acqua nell’ambiente viola i diritti dei cittadini giapponesi e dei suoi vicini, compresa la Corea. Hanno chiesto al governo giapponese di ritardare qualsiasi decisione sullo scarico in mare dell’acqua contaminata fino a quando non sarà finita la crisi del COVID-19 e non si terranno opportune consultazioni internazionali.
Fonte immagine: https://www.repubblica.it/esteri/2021/04/13/news/giappone_rilascera_acqua_contaminata_fukushima_in_mare-296221153/